«Alcuni casertani sono felici delle situazioni negative»

Un direttore atipico Mauro Felicori, un uomo che tra gli elogi di chi lo adora e le accuse di chi lo odia, ha saputo rinnovare il nome della Reggia di Caserta riuscendo nell’obbiettivo di aumentare le visite (addirittura raddoppiate). La Reggia ha così sperimentato nuove vedute e innovative tecniche imprenditoriali che l’hanno portata ad acquisire una nuova identità. Felicori ha così preso in mano la Reggia e, con la sua idea manageriale, l’ha accompagnata su un tortuoso percorso. Una strada che è giunta però al capolinea. Mauro Felicori a breve andrà in pensione e questi saranno i suoi ultimi mesi alla guida di uno dei beni più imponenti in Italia.
Dottor Felicori, alcuni l’hanno accusata di aver fatto della Reggia di Caserta un vero e proprio brand. Un caso eclatante è quello del celebre “matrimonio”, oltre a diverse iniziative realizzate con diverse aziende. Cosa risponde a chi l’accusa di “brandizzazione” della Reggia?
«Gran parte di queste accuse non hanno una struttura logica. Se il tema è che ho fatto della Reggia di Caserta un brand non capisco dove sia l’accusa. Per me è un complimento. Se ieri il nome della Reggia valeva dieci e oggi ne vale cento significa che ho fatto il mio dovere. Ho messo la Reggia al servizio di varie realtà commerciali del territorio e non. Un’altra grave paranoia è la paura del privato, nonostante il modello economico vigente. Mi chiedo: ospitare la Carpisa è un male? La Fiat è un male? La Lamborghini è un male? Io se penso all’azienda sorrido».
Il territorio casertano ha un limite culturale riguardo la gestione dei beni? È stato un ostacolo per il suo lavoro?
«Un limite è presente, non c’è dubbio. E sì, è stato un ostacolo per il mio lavoro. Diciamo che c’è una forte componente di conservazione, un atteggiamento molto diffuso contrario alle innovazioni. Poi è ovvio che l’ostilità è maggiormente percettibile nella classe dirigente, nei cittadini ho trovato molto consenso».
Un esempio?
«Un esempio di quest’affermazione è l’ultimo voto del consiglio comunale. Quest’ultimo, all’unanimità, ha votato contro il bando che abbiamo fatto per avere una scuola di canoa e di vela alla Peschiera. Il consiglio comunale non ha competenze, ma può dire la sua, ed ha votato all’unanimità. Era un’ottima occasione, un modo per avvicinare i giovani e valorizzare quell’area della Reggia. Anche in tal caso c’è stata un’ostilità al privato. Ecco, questo modus operandi della classe dirigente casertana è oppressivo. Ci sono persone felici delle situazioni negative, nelle situazioni ferme anche chi cammina sembra correre».
Qual è il progetto che lascia in eredità al futuro direttore?
«Ritengo di aver lavorato bene sulla reputazione della Reggia, raddoppiando i visitatori. Siamo andati più lenti sul funzionamento ordinario, ma questo si fonda su una diversa riforma amministrativa. Non abbiamo potuto iniettare energie nuove nel corpo della Reggia. Ci siamo trovati anche a fare il bilancio senza un ragioniere. Lascio in eredità una nuova identità della Reggia ed una nuova fiducia. Oltre i visitatori, abbiamo raddoppiato anche il numero delle aziende che vogliono venire qui».
Quali normative occorrono all’Italia per rilanciare l’immenso patrimonio dei beni culturali?
«Secondo il mio parere ai musei non bisogna dare più soldi, ma devono esser messi in condizione di guadagnarsi i loro soldi. Un caso di crescita enorme, dove si può guadagnare senza spreco, sono i beni culturali, che oggi non producono niente. La Reggia, oggi, costa allo Stato circa 9-10 milioni di euro all’anno, ma se continuassimo a crescere potrebbe non costar nulla e quei milioni potrebbero essere spesi per i siti abbandonati o per i musei chiusi. Già con questa riforma abbiamo visto che i musei sono andati bene. Un’altra proposta efficace potrebbe essere una maggiore autonomia, andrebbe fatta una riforma del pubblico impiego, o trasformando i musei in fonazioni, quindi con contratti di diritto privato. Con i soldi che abbiamo guadagnato avrei potuto assumere 30 persone, ma purtroppo non posso farlo»
È vero che è stato Lei ad avvisare il Ministero di dover andare in pensione?
«Un capolavoro d’incuria. Quando mi hanno fatto il contratto di 4 anni la legge che sanciva quando fossi andato in pensione c’era già, quindi il contratto non è stato meditato. Nel momento in cui il comune da cui dipendo mi ha messo in pensione ho allertato il Ministero»
Qual è il consiglio più prezioso che si sente di lasciare al futuro direttore?
«Prendersi cura di tutto il territorio, non considerare ciò che avviene all’esterno della Reggia come un fattore estraneo».

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