“Armstrong”, la musica del futuro dei Finley

Finley

Da “Diventerai una star” ad “Armstrong”. I Finley “irrompono” sulle scene musicali con l’album di inediti che uscirà il 13 ottobre. Si tratta di una vera e propria rivoluzione elettronica così come ha spiegato nell’intervista che ha concesso la ‘voce’ della band milanese Pedro a noi del magazine “Informare”. Ma non è solo dell’album che ci ha voluto parlare. Perché i Finley non sono solo dischi, ma anche radio; tant’è vero che durante questi anni sono stati protagonisti a Radio Kiss Kiss e a Radio Montecarlo con format di successo.

Tornate alla ribalta con un lavoro discografico che porta il titolo di “Armstrong”. Da dove nasce questo album e come è stato “concepito”?
«Questo album nasce dalla volontà e dall’esigenza di portare la nostra musica ad un livello successivo. Nasce dalla volontà di portare la nostra musica nel futuro. E non parlo unicamente delle sonorità che sicuramente si presentano rinnovate, rivoluzionate. Parlo anche dei testi, perché da subito abbiamo deciso di ambientare questo album nel futuro e nello spazio, nell’universo, nel cosmo. Abbiamo da sempre subito il fascino dello spazio, ma più che dello spazio di tutto ciò che ci è lontano, ignoto, quasi oscuro. In questo album rispetto ai precedenti abbiamo voluto dare questa forte connotazione geografica, abbiamo voluto creare questa dimensione spaziale in cui far fluttuare le nostre canzoni«.

In questo nuovo album si vede anche un forma di rinnovamento nello stile musicale dei Finley oppure si segue la linea dei precedenti album?
«Sicuramente come già detto c’è un forte cambiamento, una rivoluzione nel sound ed è sicuramente  la prima cosa che si avverte ascoltando questo album e “Armstrong” nello specifico. Vi è un forte cambiamento dovuto alla presenza dell’elettronica e al suo avvento nelle nostre composizioni. Elettronica che, secondo me, in questo caso e soprattutto nel caso specifico di “Armstrong” riesce ad esaltare quello che è il nostro power trio classico tradizionale quello composto da chitarra, batteria e basso. Siamo riusciti a trovare un giusto equilibrio tra la parte analogica e quella digitale e di questo siamo molto contenti perché è il nostro disco che è veramente un piacere suonare, ascoltare e vivere».

Da tempo siete anche impegnati in radio. Come nasce questa passione per la Radio?
«La passione per la radio è nata con il tempo, non è sbocciata da subito. Abbiamo iniziato questo progetto radiofonico quasi per gioco, grazie anche al coraggio di Radio Kiss Kiss ,che ci ha proposto di elaborare una sorta di format per un programma radiofonico pomeridiano; format e idee nostre che li hanno stregati e da subito ci hanno concesso una parte importante del loro palinsesto ovvero il pomeriggio dalle 2 alle 4 , dalle 2 alle 5. Nell’arco dei tre anni positivi che abbiamo passato a Radio Kiss Kiss, abbiamo avuto modo di sperimentare e di avere a disposizione i mezzi per crescere. Passione che non è sbocciata da subito perché all’inizio era vissuta da me con un po’ di paura, di timore. Il fatto di essere ogni giorno di fronte un microfono, di dover raccontare qualcosa di interessante, di cercare di raccontare qualcosa di te di interessante un po’ mi lasciava perplesso ma come in ogni cosa, come in ogni forte cambiamento ci sono più gli aspetti che spaventano. Poi, piano piano, quando  inizi a governare, a domesticare il mezzo e la situazione, riesci a goderti ogni aspetto per questo la passione è sbocciata dopo, mentre magari Dani e Ka da subito l’hanno cavalcata con grandissimo entusiasmo. Una passione che è diventata sempre più grande con il passare degli anni e che grazie a Radio MonteCarlo è diventata, secondo me, una vera e propria professione perché ci ha permesso di portare la nostra proposta radiofonica a un qualcosa di diverso, ad un livello diverso come è avvenuto con questo disco. Mi viene da dire la stessa cosa per la radio perché è vero, è un contesto professionale di altissimo livello, dei professionisti straordinari che ogni giorno ci insegnano qualcosa. Siamo reduci dalla prima stagione che abbiamo fatto in cui siamo stati la sveglia di milioni di italiani ogni giorno con la nostra musica e con la nostra proposta e siamo molto felici di come sta andando. Siamo stati riconfermati per la prossima stagione, ripartiamo ancora dal weekend e vedremo cosa succederà nei prossimi mesi, cosa ci regalerà “Complimenti per la trasmissione” che è il titolo del nostro programma nelle prossime settimane».

Da “Diventerai una star” successi. Siete una delle band affermate del momento così giovani. Ai giovani consigliare gavetta o talent show?
«Entrambe sono gavette. Un talent show ti permette grande visibilità da subito ma è solamente il primo passo della carriera. Dipende secondo me anche dalla costruzione di un progetto musicale. La gavetta va sempre bene, così come i club anche se non è facile trovarli. Costruirsi una credibilità musicale anche nel panorama indie effettivamente porta dei risultati e ultimamente sta dando conferma questa tesi perché ci sono tantissime realtà del nuovo pop che provengono da piccole etichette indie o da realtà indie che sono riuscite veramente a fare dei numeri importanti e a sbarcare nel main stream con numeri e con risultati veramente notevoli. Ai giovani consiglierei di fare e, come dicevo, dipende dalla costruzione del progetto: se sei una band è più facile pensare ad una band che fa una gavetta di un certo tipo, che suona nei locali, che cerca e decide di appoggiarsi ad una realtà indie come lable, cerca di trovare sul web dei percorsi interessanti magari su youtube o facendo lavoro sui social network. Per un’ artista solista tutto questo è un po’ più complicate e forse il talent show può essere una scorciatoia molto interessante però il talent show ha delle grossissime controindicazioni. Solamente “Uno su mille ce la fa” come diceva Gianni Morandi. È veramente complicato. Mi sentirei di consigliare sicuramente una gavetta fatta di live, della selezione di un giusto partner discografico e fatta anche da  un ottimo lavoro sul web perché quello è importantissimo».

“Diventerai una star” brano che vi rese popolari. Già avevate in mente grandi progetti discografici? Vi aspettavate questo successo? Come è cambiata la vostra vita?
«Nonostante avessimo 20 anni avevano le idee molto chiare, tanto da rifiutare quasi follemente e stupidamente delle proposte discografiche che però non ritenevamo idonee per il nostro percorso. Volevamo un qualcosa di più a quello che ci stava arrivando e, nonostante questi rifiuti siano pesati parecchio alle nostre coscienze, abbiamo avuto ragione perché con un po’ più di pazienza e di attesa abbiamo trovato un partner giusto e un produttore che comunque ci ha permesso di farci conoscere in tutti Italia e di raggiungere in breve tempo dei grandissimi risultati:  sto parlando di Claudio Cecchetto. Non ce lo aspettavamo questo successo, più che altro non ce lo aspettavamo così rapido. Questa cosa ci ha sconvolto. Siamo delle persone molto pragmatiche e il fatto di essere una band di quattro amici che si conoscono da tanti anni ci ha permesso sempre di mantenere un forte equilibrio e di capire che prima o poi quella bolla spaziale lanciata alla velocità della luce prima o poi si sarebbe un po’ opacizzata o comunque avrebbe avuto dei percorsi diversi e avrebbe avuto dei sali – scendi. L’abbiamo sempre vissuta con grandissimo equilibrio nonostante di equilibrio la vita di una popstar o rockstar o di un musicista in Italia ce ne sia ben poco. La nostra vita è cambiata nei ritmi, nelle abitudini. Più che altro non è mai regolare: perché vi sono periodi di un certo tipo, nei periodi del tour, della registrazione di un album. Le persone che ci vivono intorno devono avere una grandissima pazienza perché vivere accanto a noi non è assolutamente e facile. Si pensa che questo non sia un lavoro ma per farlo bene lo deve essere 24 ore al giorno. Sì, si può staccare la spina per farlo meglio nelle altre ore ma questo è un lavoro totalizzante e che molte volte non ti fa essere presente nel resto e negli altri aspetti della tua vita».

Adesso oltre alla promozione dell’album negli instore, porterete anche “Armstrong” in giro per l’Italia. Qual è la regione dove più vi sentite a casa?
«Abbiamo annunciato le date del nostro tour che ci porteranno dalla serata di Halloween e quindi del 31 ottobre al “Vidia” di Cesana, poi toccheremo il Quirinetta di Roma l’11, il 18 saremo a Padova al “Mame Club”, il 25 saremo a Perugia all’ “Afterlive live club” ed il 1 Dicembre saremo a Legnano al “Lando of freedom” tra l’altro il primo locale in cui abbiamo fatto il nostro primo concerto di sempre. Sarà un bel ritorno e chiudiamo in Toscana a Firenze il 9 al “Viper Club”. Per ora gli instore non sono previsti, suoneremo live. Ci sentiamo più a casa ovviamente nella nostra regione la Lombardia, o comunque Milano, Legnano nello specifico. Come ho appena detto ci sono dei luoghi che hanno rappresentato anche dei passaggi importanti per i nostri inizi di carriera e siamo fortemente legati a quelli. Se devo decidere un locale più che una regione perché si parla di un “club tour” mi viene da dire il “Vidia”di Cesena perché è un locale straordinario, si respira un clima totalmente diverso, unico, dove la gente ha voglia di divertirsi, dove i giovani sono giovani, dove c’è un approccio molto forte nei confronti della musica e della “night life”. Dico il “Vidia” di Cesana perché è il nostro locale preferito,è la nostra seconda casa. Abbiamo un rapporto unico con il proprietario, Libero. Li ci hanno sonato band d’olimpo della musica rock. Suonare su quel palco è sempre speciale».

Spesso siete a Napoli. Che rapporto avete instaurato con Napoli? C’è qualcosa che vi ha dato a livello artistico?
«Tanti nostri fan dissentirebbero nei confronti di questa affermazione perché capita veramente poco spesso di essere a Napoli. L’ultima volta è stata a Maggio ma latitavamo da un po’. C’è un bel rapporto con la città di Napoli. Abbiamo fatto negli anni diverse esperienze: quella legata al gruppo editoriale di KissKiss e quindi siamo stati diverse volte in città sia per fare radio che per fare  eventi legati alla radio stessa. Abbiamo suonato in Maggio a Bacoli. Napoli è una città che ti rapisce, di cui non puoi fare a meno e  quando sei li non hai voglia di andare via. C’è un rapporto forte anche perché il nostro chitarrista Ka è campano, è nato a Castellammare di Stabia. Ha entrambi genitori campani quindi vi è una simpatia particolare nei confronti di Napoli. A livello artistico abbiamo avuto modo di collaborare con Edoardo Bennato che sicuramente è uno dei principi della musica campana, colui che è riuscito anche a fare una proposta alternativa e diversa, a rompere con la tradizione, rispettandola e questo aspetto è molto importante. Parlando di Edoardo Bennato mi viene da citare una delle più belle collaborazioni che abbiamo avuto modo di fare nella nostra carriera, ossia quella di cantare “Rinnegato” nella sua “Mtv Storytellers”, un brano che abbiamo proposto poi anche diverse volte live».

Come vedete l’attuale scena musicale italiana giovanile? Vedete innovazione nelle giovani generazioni oppure si segue una medesima linea di produzione?
«Vi è tantissima omologazione.  Si segue tantissimo quello che va oltreoceano e non solo e  questo avviene da sempre. Anche la nostra proposta musicale strizzava l’occhio e aveva riferimento i Green Day e la scena pop punk americana. Quindi non ci vedo nulla di male nell’omologazione o comunque nel seguire una certa linea di produzione e seguire certi canoni estetici e musicali. Forse, però, da parte dell’industria discografica già avveniva tanti anni fa quando si tendeva a seguire un progetto di successo, a creare un antagonista. Ancora di più in questi anni di crisi vi è questa cosa perché sicuramente è più facile cercare di fare un progetto con la copia carbone piuttosto che proporre un’idea originale che sicuramente è più rischiosa».

Quanto è fondamentale per un giovane poter promuovere la propria musica, a differenza del passato, più velocemente grazie alle piattaforme social? Voi come vi state muovendo in tal senso?
«Sicuramente è fondamentale. È un mezzo che ti permette di arrivare a tante persone distanti in poco tempo. Però ci vuole lavoro, metodo. Chi è più forte sui social è perché ha trovato una propria chiave di comunicazione, magari inconsciamente senza rendersene conto però ha un messaggio chiaro, forte e deciso unico, personale che arriva subito ai propri utenti e followers. Noi ci stiamo muovendo cercando di portare noi stessi quelli che siamo all’interno della comunicazione dei social e di mettere innanzitutto in primo piano le nostre persone, emozioni e la nostra musica. Cerchiamo di divertici perché  è questa la cosa più importante. Gestire i social è un aspetto importante della nostra professione o lo sono diventati e bisogna cercare di divertirsi. Questo lavoro senza passione, senza fuoco, senza divertimento diventa secondo me non così efficace».

Grazie mille a voi, al magazine “Informare”. Vi mando un abbraccio, ciao da Pedro (Finley)

di Giovanni Iodice

 

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