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Armando De Stefano: un artista napoletano

Redazione Informare 02/07/2021
Updated 2021/07/02 at 1:23 AM
4 Minuti per la lettura

Cari lettori, con colpevole ritardo rendiamo omaggio ad un artista napoletano scomparso il 16 marzo scorso, Armando De Stefano.

Indice
La scelta di un momento, di immagini, di personaggi che al di là della toponomastica stradale, dei saggi storici e delle riflessioni degli addetti ai lavori, non appartiene veramente alla memoria collettiva del popolo napoletano perché non fu come la Rivoluzione Francese autenticamente Rivoluzione di Popolo. De Stefano sembra con la sua carrellata di volti, episodi e racconti mettere in luce una costante storica della città di Napoli, il rapporto potere-popolo, immutato, in cui forse per i protagonisti di quella stagione rivoluzionaria, i Pagano, i Caracciolo, Eleonora Pimentel Fonseca, Emanuele De Deo valgano le parole, ormai datate ma attualissime di Gerardo Marotta: “La città non è ancora degna di accostarsi ai suoi martiri”. È proprio questa dimensione di vuoto etico, di sentire comune che De Stefano sceglie come filo narrativo di questo ciclo pittorico che dipana attraverso sequenze pittoriche che richiamano un taglio da neorealismo cinematografico in cui però i fatti vengono metaforizzati, in cui il dramma si fa ironia, ironia di una storia mai conclusa. È il senso di quella che De Stefano stesso ritiene “l’occasione mancata della storia napoletana”. Sarebbe impossibile per noi illustrarvi tutti i dipinti, i disegni. Realizzati dal maestro in un arco di tempo pluridecennale. Ne abbiamo scelto uno del 1983 “Donna Eleonora al patibolo”.Colori, forme, impaginazione rinnovano la grande tradizione seicentesca napoletana, in una grande rielaborazione che fonde il tenebrismo di un Preti con l’apparato scenografico solimenesco, con l’uso di citazioni da commedia dell’arte come la maschera ferdinandea in basso a destra. Una donna, il suo martirio e il dramma della ricerca di uno spirito pubblico mai trovato e sempre necessario di un popolo, di una città ora come allora alla ricerca di se stessa, del suo destino.
Grazie Maestro!

È un artista che ha attraversato tutta la stagione del realismo impegnato senza mai venir meno al mandato di una pittura curata, ben costruita, emozionante, un’arte da contemplare. Allievo di Emilio Notte, ha ripetutamente partecipato alla Biennale di Venezia. Per lunghi anni ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Napoli, la sua città, riuscendo a cogliere il realismo populista, l’impegno sociale e politico, operando una sorta di ricerca metastorica e mettendo tra paretesi il formalismo pittorico per cui si fa veicolo di comunicazione, di partecipazione. Per ricordarlo abbiamo scelto di riportare all’attenzione dei lettori l’opera che forse lo ha maggiormente caratterizzato, la serie di dipinti e disegni sulla Rivoluzione Napoletana del 1799.

La scelta di un momento, di immagini, di personaggi che al di là della toponomastica stradale, dei saggi storici e delle riflessioni degli addetti ai lavori, non appartiene veramente alla memoria collettiva del popolo napoletano perché non fu come la Rivoluzione Francese autenticamente Rivoluzione di Popolo. De Stefano sembra con la sua carrellata di volti, episodi e racconti mettere in luce una costante storica della città di Napoli, il rapporto potere-popolo, immutato, in cui forse per i protagonisti di quella stagione rivoluzionaria, i Pagano, i Caracciolo, Eleonora Pimentel Fonseca, Emanuele De Deo valgano le parole, ormai datate ma attualissime di Gerardo Marotta: “La città non è ancora degna di accostarsi ai suoi martiri”. È proprio questa dimensione di vuoto etico, di sentire comune che De Stefano sceglie come filo narrativo di questo ciclo pittorico che dipana attraverso sequenze pittoriche che richiamano un taglio da neorealismo cinematografico in cui però i fatti vengono metaforizzati, in cui il dramma si fa ironia, ironia di una storia mai conclusa. È il senso di quella che De Stefano stesso ritiene “l’occasione mancata della storia napoletana”. Sarebbe impossibile per noi illustrarvi tutti i dipinti, i disegni. Realizzati dal maestro in un arco di tempo pluridecennale. Ne abbiamo scelto uno del 1983 “Donna Eleonora al patibolo”.

Di Eleonora Pimentel Fonseca vediamo solo la nuca, ne intuiamo dolore e destino, protagonisti del dipinto sono la corda per l’impiccagione e, in alto, i piedi di un impiccato che richiamano quelli della Crocifissione.
È la posizione prospettica dei personaggi che esprime la drammaticità esemplare, la testimonianza dell’evento definitivo. Alcuni di essi guardano l’osservatore come per creare un legame fra quegli eventi e i posteri che osservano e ricordano.

Colori, forme, impaginazione rinnovano la grande tradizione seicentesca napoletana, in una grande rielaborazione che fonde il tenebrismo di un Preti con l’apparato scenografico solimenesco, con l’uso di citazioni da commedia dell’arte come la maschera ferdinandea in basso a destra. Una donna, il suo martirio e il dramma della ricerca di uno spirito pubblico mai trovato e sempre necessario di un popolo, di una città ora come allora alla ricerca di se stessa, del suo destino.
Grazie Maestro!

di Roberto Nicolucci

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

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