Arma dei Carabinieri: “Piacenza una ferita al cuore”

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“Pronti e desiderosi di difendervi anche da chi non è degno di indossare questa divisa. Una storia gloriosa non basta a lenire il dolore di una ferita al cuore. Come voi, feriti 100mila Carabinieri che ogni giorno adempiono il proprio dovere con onore e sacrificio.” Questo il messaggio che l’Arma dei Carabinieri ha voluto lanciare su Facebook a tutti i cittadini italiani dopo gli sconcertanti episodi verificatisi nella caserma Levante di Piacenza, i quali hanno portato all’arresto di sette carabinieri e al sequestro della caserma stessa.

Un messaggio addolorato ma tuttavia di ripartenza. A Piacenza infatti da giovedì mattina sono operative due stazioni mobili, con otto carabinieri e un nuovo comandante, il Capitano Giancarmine Carusone, con l’obiettivo di garantire la funzionalità della caserma e soprattutto di assicurare giustizia e legalità, dopo gli innumerevoli reati commessi dai carabinieri indagati.

Legalità, tutto si concentra su questa parola. Un carabiniere dovrebbe essere un servitore dello Stato e della legge, dovrebbe sempre battersi per il giusto ed essere un esempio per i tanti giovani che un giorno sognano di indossare quell’agognata divisa, simbolo di giustizia e appunto di legalità. Ma tutto ciò non ha avuto mai a che fare, almeno negli ultimi tre anni, con i carabinieri arrestati e accusati di spaccio e traffico di stupefacenti, estorsione, arresto illegale, sequestro di persona, lesioni personali, tortura, truffa ai danni dello Stato.

L’indagine nei confronti degli imputati è iniziata sei mesi fa, grazie alle informazioni fornite da un ufficiale dei carabinieri alla polizia piacentina e ai dati emersi da alcune indagini delle fiamme gialle sullo spaccio di droga. Immagini, video e intercettazioni telefoniche hanno poi confermato la triste realtà dei fatti: le attività illecite della banda sembrerebbero cominciate addirittura nel 2017, con la caserma Levante come vera e propria base di loschi affari.

Informareonline-CarabinieriUna vicenda, quella di Piacenza, che può essere considerata come una dura sconfitta per l’intera Arma, difficile da digerire anche perché alcune telefonate intercettate hanno provato la similitudine dell’operato dei carabinieri a quello di clan camorristici e mafiosi del passato. “Ho fatto un’associazione a delinquere ragazzi. Abbiamo fatto una piramide e abbiamo trovato un’altra persona che sta sotto di noi e che va da tutti gli spacciatori e gli dice: ‘Guarda, da oggi in poi, se vuoi vendere la roba vendi questa qua, altrimenti non lavori’ e la roba gliela diamo noi.” Queste alcune delle frasi captate dalle intercettazioni, dalle quali non si può fare a meno di evidenziare un riferimento alla ‘cupola’ del clan dei corleonesi.

Violenze, pestaggi e torture contro spacciatori italiani e stranieri, con tanto di forzata ingestione di acqua e ferite sanguinanti. Nella caserma Levante si sarebbe svolto anche un festino con due donne, probabilmente escort, con le quali gli imputati avrebbero consumato rapporti sessuali. Episodi sconvolgenti accaduti peraltro durante il periodo di lockdown, con disprezzo totale delle più elementari regole imposte dai decreti del Presidente del Consiglio.

Al momento gli indagati si trovano nel carcere di Piacenza in isolamento, in attesa degli interrogatori di garanzia previsti per sabato mattina. “Fatti inaccettabili, che rischiano di infangare l’immagine dell’Arma, che invece è composta da 110.000 uomini e donne che ogni giorno lavorano con altissimo senso delle istituzioni al fianco dei cittadini. Sono loro il volto della legalità, a ciascuno di loro oggi esprimo la più profonda riconoscenza e vicinanza”, ha dichiarato il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, affermando il fatto che sin da subito sia l’Arma dei Carabinieri che il Ministero della Difesa abbiano dato piena disponibilità alla magistratura per collaborare insieme, con l’obiettivo di fare ancora più chiarezza e luce sulla questione.

Per il giudice per le indagini preliminari, Luca Milani, la sospensione dall’impiego nei confronti dei carabinieri è un atto di giustizia da dedicare a tutti i servitori dello Stato uccisi nel luglio del 1992, quando persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

di Donato Di Stasio

 

 

 

 

 

 

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