Riccardo Carbone incontrò la fotografia nei primi anni ’20 e non la lasciò fino al 1973: fotoreporter per “Il Mattino”, fu uno dei primi ad intuire l’importanza delle immagini nella documentazione giornalistica, tanto che “non girava mai senza macchina fotografica, ne aveva sempre una sotto il sedile dell’auto, per catturare qualunque cosa lo attirasse, in qualsiasi momento”. Anche il dettaglio più banale può fare la storia.

Una storia arrotolata in mezzo milione di rullini fotografici che Carbone ha conservato e catalogato, con grande lungimiranza, posando nelle mani del futuro un documentario inedito e rarissimo di Napoli, dal 1945 al 1973: una fonte iconografica inestimabile, ancora in gran parte inesplorata, custodita nelle stanze dell’Archivio Fotografico Carbone, gestito da volontari che desiderano risvegliare e condividere la memoria che riposa in quei negativi.
“Quando apriamo un sevizio sappiamo vagamente cosa contiene, grazie ai titoli che ha lasciato Carbone, ma non ci immagineremmo mai di trovare, ad esempio, una Sophia Loren quindicenne che partecipa ad un concorso ad insaputa della madre, leggendo come titolo solo “Miss Regina del Mare”.
E così, sugli scaffali sepolti da scatole bianche, le testimonianze vanno dalle partite di calcio alle prime del Teatro San Carlo, da Rossellini ad Hemingway a Lucky Luciano, dalla quotidianità ai grandi eventi.
Tutto di Napoli si può scoprire consultando l’Archivio: Federica Nicois e la vicepresidente Letizia Del Pero, tra aneddoti e duro lavoro, ce lo hanno raccontano.

Come nasce l’Associazione Riccardo Carbone ONLUS e quali sono i suoi obiettivi?

«Nasce nel 2016, quando Renato Carbone, il figlio di Riccardo, che custodiva l’eredità fotografica del padre, ha deciso di condividerla con la sua città e non solo, trattandosi di un patrimonio inestimabile di immagini che raccontano una memoria collettiva e quindi non soltanto di Napoli.
Il nostro obiettivo è mettere in sicurezza tutto il materiale, perché il tempo scorre e i negativi sono soggetti a deterioramento.
Il primo passo è stato dunque creare una campagna di crowdfunding, alla quale hanno aderito in molti e che ci ha permesso di comprare gli scanner appositi per la digitalizzazione delle foto e nuove scatole adatte alla conservazione, perché quelle originali erano ormai invecchiate. Da lì è iniziata la fase di digitalizzazione, che ci consente di condividere le immagini ed arrivare alle persone, e che è ancora in corso: sono online sul sito archiviofotograficocarbone.it circa 30.000 negativi su 500.000 e tutti i titoli dei servizi fotografici.
Carbone ha infatti conservato dei quaderni manoscritti in cui annotava tutti i titoli e le date degli scatti e questo ci è stato di grande aiuto per la catalogazione».

È mai accaduto che qualcuno si sia riconosciuto nelle immagini pubblicate e che ne siano uscite fuori delle storie inedite?

«Sì, questa è una cosa che accade molto spesso. C’è chi riconosce i nonni, i fratelli o chi magari era bambino e si ricorda di quei momenti grazie alle foto. Molti poi “adottano” i servizi fotografici seguendo i propri ricordi, come è successo per un uomo che ha trovato una foto in cui suo nonno assisteva ad una partita di calcio dagli spalti e, adottando l’intero servizio, ha scelto di farsi stampare proprio quell’immagine.
Oppure la storia dell’anziana signora che ha un chioschetto in Nazario Sauro: abbiamo trovato un negativo di lei a 17 anni che vendeva le “mummare” ad un marinaio, coì le abbiamo regalato la foto, grazie alla quale ha ricordato quel giorno. Vengono fuori mille storie, davvero. La particolarità è che Carbone, essendo fotoreporter, non aveva un tema specifico, ma scattava ciò che lo attirava.
Ci sono giorni in cui ha scattato più servizi fotografici e quindi è quasi un film di Napoli, dagli eventi più importanti alla vita di tutti i giorni. Ci sono posti raffigurati che non esistono più e la gente impazzisce su Facebook, perché si riconosce, racconta aneddoti, ricostruisce storie di cose che non ci sono più. Anche urbanisticamente parlando, abbiamo immagini che raccontano tutta la trasformazione di Napoli, soprattutto tra gli anni ’50 e ’60, come l’intera evoluzione della Stazione Centrale».

In che modo si può sostenere il vostro progetto?

«Abbiamo lanciato una seconda campagna di crowdfunding, che si chiama appunto “adotta un servizio”: si può scegliere uno dei servizi e versare un contributo in cambio di una stampa 20×30 e la propria firma sul catalogo online. Abbiamo anche messo in vendita presso la libreria Colonnese delle stampe a tiratura limitata, molto particolari, che si possono acquistare».

di Lucrezia Varrella

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°208
AGOSTO 2020

Print Friendly, PDF & Email