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Quasi il 50% delle risorse estratte dalla Terra ogni anno alimentano il mercato dell’edilizia. La crisi del materiale ci sta obbligando a cambiare rotta. Sempre più teorici e ricercatori stanno spingendo verso un’architettura adattiva, più green e sostenibile. Vogliamo ricordare due architetti scomparsi da poco che hanno incentivato lo studio di un nuovo modo di vedere la pratica edile: l’ungherese Yona Friedman, 96 anni, e il napoletano Fabrizio Carola, 87 anni.

In un clima nel quale si parla incessantemente di sostenibilità e resilienza – termini abusati e sviliti – gli studi di Yona Friedman possono indicarci la via.

L’architetto, urbanista, designer e saggista ungherese, ha dedicato la sua vita alle trasformazioni urbane scaturite dall’autopianificazione e dall’autocostruzione, al fine di rispondere al bisogno abitativo di Paesi con problemi di alloggio. Attraverso la collaborazione con le Nazioni Unite, ha incentivato la diffusione di manuali per l’autocostruzione di unità abitative in India e molti Paesi africani e sudamericani. L’architettura deve essere accessibile a tutti, la tecnica economica e flessibile; la sostenibilità del progetto dipende dal processo -per tentativi ed errori- al quale partecipano in maniera attiva piccole comunità di abitanti futuri.

Di conseguenza il saper costruire deriva dalla capacità di utilizzare i materiali locali, verso un’architettura dal basso, modulare e mobile, capace di adattarsi alle esigenze di chi la progetta e la vive. Il fine ultimo può essere, dunque, la sopravvivenza della specie: le soluzioni adottate possono essere applicate a tutta la società e non solo ad una parte “povera” di essa. I cambiamenti climatici -il 22 Aprile si festeggia la 50esima Giornata della Terra– spingeranno grosse fette della popolazione mondiale a migrare ancora. Gli scenari sono in continua evoluzione e l’uso delle risorse dovrà essere sempre più oculato.

A tal proposito, ricordiamo l’operato di Fabrizio Carola; l’architetto negli ultimi anni si è dedicato all’insegnamento delle sue tecniche attraverso il cantiere di un villaggio a San Potito Sannitico (CE).

Carola ha vissuto gran parte della sua vita in Africa, dove ha costruito molte delle sue opere: le cupole ogive. La sperimentazione di forme curvilinee nasce dall’impronta derivata dal genius loci. I materiali scelti infatti sono quelli della tradizione locale: la terra e il laterizio. Altri materiali, come il ferro o il cemento, non sono ritenuti sostenibili perché costosi, difficili da reperire -bisogna importarli- e da usare per una manovalanza non preparata. Anche il legno può diventare insostenibile: abbattere alberi in zone desertiche con poca disponibilità di verde non suona intelligente.

L’architetto napoletano ha implementato la tecnica del compasso ligneo -uno strumento della tradizione nubiana- per sviluppare cupole più alte del normale, appunto ogive. La tecnica -non la progettazione- è talmente semplice che ha potuto insegnarla anche a non architetti; ha formato la popolazione locale di numerosi villaggi africani, migliorandone le condizioni di vita. In sostanza abbiamo visto come alcuni architetti, che la critica definisce scomodi e inclassificabili, abbiano posto le basi per il nostro futuro come specie. Ora tocca a noi continuare il loro lavoro per arrestare il veloce processo di decadimento in atto ed invertire la rotta verso una rinnovata umanità.

di Francesco Cimmino
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°205
MAGGIO 2020

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