Passeggere – Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore – Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz’altri patti.
Passeggere – Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell’anno nuovo?
Venditore – Appunto.
Passeggere – Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest’anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d’opinione che sia stato più o di più peso il male che gli e toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll’anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?”

Il punto interrogativo alla fine di questo stralcio, tratto dal “Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passegere”, pesa sulla coscienza di tutti noi che ci approcciamo al nuovo anno. Non è vero? Se non siamo appagati dai trecentosessantacinque giorni appena trascorsi, non c’è da preoccuparsi. Basta riporre un’illusoria speranza di felicità eterna nei trecentosessantacinque che verranno, e così tirare a campare fino a quando non arriverà il momento di riposare in una cassa di legno. Non appagati. Avendo sprecato la vita ad inseguire una chimera.
E se…

“ […] L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello di polvere!». Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: «Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina»? Se quel pensiero ti prendesse in suo potere, a te, quale sei ora, farebbe subire una metamorfosi, e forse ti stritolerebbe; la domanda per qualsiasi cosa: «Vuoi tu questo ancora una volta e ancora innumerevoli volte?» graverebbe sul tuo agire come il peso più grande! Oppure, quanto dovresti amare te stesso e la vita, per non desiderare più alcun’altra cosa che questa ultima eterna sanzione, questo suggello?”

F. Nietzsche, La gaia scienza, aforisma 341. Meglio conosciuto come l’aforisma dell’eterno ritorno. Cosa succederebbe se, in quanto esseri finiti, decidessimo di fare pace con ciò che ci succede? Ridimensionando lo statuto del dolore e facendo più attenzione alla felicità? Non sto proponendo di omettere la negatività dalla propria vita, è impossibile. Anche la positività, se abusata, diventa tossica.
Propongo di pacificarsi con sé stessi. Con le occasioni mancate e gli errori commessi. Con i giorni di festa, le uscite con gli amici, l’amore, la delusione, le scelte fatte a fin di bene, che si sono rivelate dannose, la fortuna e la sfortuna. Cosa succederebbe se ognuno di noi amasse così tanto la sua vita, da volerla rivivere tutta per intero?

È questa la domanda che mi pongo ogni anno, il 31 dicembre. E che rinnova la voglia di impegnarsi, di provare e, se capita, anche di continuare a fallire. Amare la vita nella sua complessità è difficile, ma non impossibile. A volte si perde più tempo a cercare di capirla, la vita, che ad amarla. E diventiamo spettatori dei nostri fantasmi, macinando ricordi, su ricordi, su ricordi. All’elementari dovrebbero insegnare che la vita si sente e che decifrarla è tempo perso. Immaginate di dover indovinare una password di mille caratteri. La speranza di potercela fare esiste, ma a quanto ammontano le probabilità?
Il nuovo anno, come tutti gli anni, poterà gioia e sofferenza. Ma esserne consapevoli ci permettere di attrezzarci per affrontare entrambe nel migliore dei modi. L’unica modo per essere preparati a tutto è sapere che tutto può accadere.
Goia e sofferenza. Amore e disamore. Successi e delusioni.

Va bene così. Le emozioni colorano l’esistenza.

di Marco Cutillo

Print Friendly, PDF & Email