Pur essendo dotato di parola, l’uomo è costantemente oppresso dall’incapacità di usarla. L’incomunicabilità che lo ha da sempre afflitto è forse uno dei temi più complessi da affrontare per la Settima arte, che dagli anni ’60, forte del Neorealismo, ha scelto di puntare i riflettori sui suoi fruitori, rendendoli spettatori della loro stessa vita. Che i protagonisti siano spettatori è un po’ la sensazione che si ha al cospetto di un capolavoro come La Notte, secondo lungometraggio della cosiddetta Trilogia dell’incomunicabilità, con Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau per la regia di Michelangelo Antonioni.

La trama

Sullo sfondo della florida Milano borghese e industrializzata nel pieno del boom economico degli anni ’60, appassisce gradualmente il matrimonio di Giovanni (scrittore) e Lidia, ma senza alcuna teatralità. Lo fa lasciandosi andare all’abitudine e alla noia, alimentate da silenzi sempre più profondi e cupi, che i protagonisti evitano a tutti i costi di spezzare.

Dopo aver fatto visita a un amico, Tommaso, ormai in punto di morte, i due coniugi prendono parte alla presentazione del libro di Giovanni. Alle poche ma pregnanti battute che inaugurano il film, segue un silenzio angosciante. È una sorta di contrapposizione fra le inutili consapevolezze che, forse, si raggiungono soltanto al termine della propria vita e il continuo ostinarsi a sprecarla, fingendo di non percepirne i problemi.

«È davvero incredibile non aver più voglia di fingere, ad un certo momento», sussurra quasi a se stesso l’amico della coppia, prima di brindare alla sua morte con dello Champagne. Lidia non brinda: scappa via dalla sofferenza di vedere un caro amico morire, poi dalla noia di un evento mondano che la fa sentire di troppo, tuffandosi in un labirinto di strade e lasciandosi meravigliare da una città di blocchi di cemento armato che di meraviglioso non ha niente. Annoiata da un evento che avrebbe dovuto quantomeno interessarla, vaga senza meta, trovando interessante qualsiasi altra cosa, anche insignificante. E il marito non se ne preoccupa: attende, annoiato, il suo ritorno, dandolo ormai per scontato, proprio come il loro rapporto.

Invitati ad una festa di un ricco industriale, l’intera pellicola si snoda sull’abisso che si crea fra i due per l’intera notte. Entrambi rincorrono avventure diverse, incrociandosi ogni tanto fra gli invitati ma senza parlarsi mai veramente, quasi come due conoscenti. Giovanni si lascia ammaliare dalla giovane Valentina, figlia del ricco industriale, terribilmente annoiata proprio come lui, inaridita. Lidia, accettando tutto passivamente, prova a fare lo stesso con un altro uomo.

«A me sembra che l’amore debba limitare una persona. Qualcosa di sbagliato, che fa il vuoto attorno»

«Ma non dentro»

La consapevolezza

Poi, per un caso fortuito, si ritrovano improvvisamente tutti e tre: Giovanni, Lidia e Valentina. Senza rabbia e senza rancore, senza gelosia, senza provare nulla. Quasi come se non si ritrovassero tutti e tre a calpestare le macere delle loro stesse vite. Sulla via del ritorno, in una pianura sterminata e angosciante, Giovanni e Lidia camminano fianco a fianco ma distanti. Una distanza fisica che fa da specchio a quella interiore. Poi si fermano e, finalmente, si parlano. Tommaso è morto e, con lui, un po’ la loro giovinezza, di quell’amore che aveva abbindolato Lidia proprio perché così diverso di quello di Tommaso, a cui era abituata.

«Se stasera ho voglia di morire è perché non ti amo più. Sono disperata per questo. Vorrei essere già vecchia per averti dedicato tutta la mia vita. Vorrei non esistere più, perché non posso più amarti»

[…]

«Non sono riuscito a darti niente. Trascorro la mia vita non dando niente o non dando abbastanza […]. È strano come io mi renda conto solo oggi che ciò che si dà agli altri finisce per giovare a se stessi»

È un dialogo profondissimo, lancinante, eppure i protagonisti sembrano non provare altro che apatia. Non c’è dolore, non lacrime, solo un senso di insoddisfazione e disagio esistenziale che raggiunge l’apice proprio con le battute finali. Lidia rilegge a Giovanni una lettera scritta da lui molti anni prima, ma lui non riconosce le sue parole, il suo desiderio di essere per sempre «uniti da qualcosa che è più forte del tempo e dell’abitudine». Quello stesso tempo che, in fondo, mitiga tutto: ferite, dolori, sofferenze e amori.

di Teresa Coscia

Print Friendly, PDF & Email