Antonio Marfella: «Non vince la medicina che cura ma quella che previene»

Antonio Marfella Incontro al Liceo "F. Quercia" di Marcianise

Antonio Marfella, presidente di medici per l’ambiente ed oncologo del Pascale, è al centro di un accesissimo dibattito riguardo la scelta di farsi operare a Milano per il suo cancro alla prostata. La sua dichiarazione ha lasciato esterrefatti diversi cittadini e colleghi, tra cui il dott. Guido De Sena, coordinatore del GRIO (Gruppo robotico inter-ospedalieri). Abbiamo intervistato Marfella che ci ha svelato le tante verità di una questione che, forse, non è stata compresa nel profondo.

Dottor Marfella, ad oggi, un cittadino campano sa che un prestigioso oncologo del Pascale ha deciso di farsi curare in una clinica milanese.
«Ti fermo subito, perché è proprio questo il messaggio sbagliato. È un messaggio volutamente sbagliato. Io ho detto di essere l’ennesimo cittadino napoletano che si è ammalato di cancro. Quando ho fatto questa dichiarazione mi sono comportato da ammalato. Io sono comunque un medico e ho dimenticato in quel momento di avere un’etichetta, e proprio quest’ultima è stata fatta passare al centro della dichiarazione: questo è scorretto. Ad ogni modo, io chiedo scusa. Un’altra cosa di cui nessuno ha scritto è che io andavo a farmi operare da un giovane chirurgo campano perché lui qui non trova posto e se lo trova non lo fanno lavorare».

 

 

Ha detto di essere l’ultimo della Terra dei Fuochi.
«Sì, sono l’ultimo. Io so perché mi è successo. Il motivo è che nel mio corpo c’è diossina e quest’ultima mi ha provocato la sindrome dismetabolica e ciò ha determinato il rischio di anticipo di una patologia. Noi in Campania abbiamo un’incidenza tumorale come la Lombardia. Ma non abbiamo le industrie che hanno loro. Il messaggio risiedeva proprio nella lotta all’inquinamento ambientale».

Il dott. De Sena ha detto che lei legge male l’evidenza medica della sanità campana ed ha inoltre affermato che i nostri medici sono più specializzati alle operazioni robot-chirurgiche. Cosa gli risponde?
«Siamo totalmente fuori strada. Inutile vedere chi ha il robot o il bottone nucleare più grosso. Il problema sta nel fatto che la bomba atomica non deve proprio scoppiare. Non conta nulla questo. Ci stiamo ammalando uno su due, non esiste sanità italiana o americana che possa curare con i robot se ad ammalarci siamo tutti. Se un cittadino su due si ammalerà di tumore, non vi sarà sanità che possa sopravvivere. Quei robot non dovremmo proprio usarli. E come dice proprio il dottor De Sena: il sistema sanitario è già al collasso».

Su quest’ultimo discorso lei si è molto battuto: una sanità che sembra essere sempre più malridotta e colpita, soprattutto in Campania.
«Esattamente e il dott. De Sena ne deve prendere atto. Non io, ma il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, certifica che perdiamo fino a otto anni di vita nel napoletano per via di una cattiva organizzazione sanitaria. Se questa mala organizzazione comprende il fatto che vi siano o meno i robot, questo, a me malato, non interessa. Non vince la medicina che cura, vince la medicina che previene».

di Antonio Casaccio e Girolama (Mina) Iazzetta

Tratto da Informare n° 180 Aprile 2018