Femminismo e antirazzismo sono stati, accanto alla protesta giovanile, i fenomeni caratterizzanti dello scorso secolo. Il Sessantotto è ricordato per i grandi stravolgimenti politici e sociali causati dalle rivolte dei ragazzi che, stanchi di un sistema del quale non si sentivano più parte, rivendicavano maggiori diritti. Un’istruzione più democratica ed equa, la possibilità di esprimersi. Il diritto di contare, insomma. Lo stesso che, nello stesso periodo, rivendicavano le donne e minoranze etniche, soprattutto quella dei neri d’America, che ancora oggi vivono sulla loro pelle il problema del colore.

Ebbene sì: l’America, la fetta di mondo multiculturale per antonomasia, nel 21° secolo vive ancora incatenata dai pregiudizi razziali. Le donne per essere considerate nel mondo hanno ancora bisogno di quote rosa per essere elette in Parlamento. La movida, che un tempo lottava per poter frequentare la scuola (un fenomeno quasi paranormale, col senno di poi), prova a far saltare mesi di sacrifici e privazioni per un aperitivo che abbatta le distanze. Siamo o non siamo l’apoteosi del fallimento del 20° secolo?

#Blacklivesmatter

Le vite contano non perché nere, gialle o bianche. Le vite contano perché vite. Eppure, accettare che la società iper-tecnologica in cui viviamo sia riuscita a sviluppare l’intelligenza artificiale ma non la sensibilità emotiva è troppo da ammettere per noi. Preferiamo piuttosto nascondere la testa sotto la sabbia, indignandoci dalla poltrona di casa se un uomo di colore viene ucciso perché tale o se degli uomini di colore protestano perché tali. E magari ci gongoliamo anche, perché sicuramente siamo più civili di così. Quando episodi simili sconvolgono il mondo ognuno li percepisce come lontani, distanti, qualcosa che la nostra società non potrà mai accettare. Eppure, nel frattempo, ogni notizia di cronaca nera è attribuita a qualche immigrato. Un uomo di colore che, solo perché tale, merita di essere sfruttato, maltrattato, denigrato, guardato con diffidenza. Non significa, anche questo, uccidere?

Movida ai tempi del covid

Se i Sessantottini avevano come motore l’attivismo, settant’anni dopo lo scenario cambia. Attivi sì, ma non troppo, non prima del tramonto e senza qualche Spritz in circolo. E soprattutto, attivi non per cambiare la società in meglio, bensì in peggio, aiutandola a ripiombare alla fase 1 di una pandemia che ha fatto crollare a picco un’economia che, anche a pieno regime, non poteva dirsi florida.

Si allentano le catene confidando nel buonsenso dei cittadini e ci si rende conto, appena qualche minuto dopo, che non si può far affidamento su qualcosa che non esiste. Inizia timidamente la ripresa non per assecondare il bisogno irrefrenabile di vita sociale, ma per favorire la rinascita di un’economia distrutta, ma rispettare poche e semplici regole non è contemplabile. Meglio fingere che questi tre mesi non siano mai esistiti.

Se poi il Napoli vince la Coppa Italia, non si può non festeggiare, perché sarebbe come non aver vinto. E sicuramente anche il virus rispetterà il momento goliardico, concedendo una tregua per quella notte. Tornerà a far visita un paio di settimane dopo: il giusto tempo per l’incubazione.

Sarebbe assolutamente ipocrita credere che i tempi che furono siano stati di gran lunga migliori di quelli che sono. La storia inevitabilmente giudica, restituendo quadri complessivi delle società che sicuramente non ne rispecchiano le mille contraddizioni che non conosceremo mai. Quelle della nostra Storia, tuttavia, possiamo ancora affrontarle e risolverle: non è ancora troppo tardi per riscriverne il finale.

di Teresa Coscia

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