“Anticorpi della solidarietà”: le nuove povertà nel report Caritas 2020

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In occasione della Giornata Mondiale di Contrasto alla Povertà (17 ottobre) è stato pubblicato il nuovo rapporto della Caritas Italiana dal titolo “Gli anticorpi della solidarietà”. Il documento mette in luce i gravi effetti economici e sociali procurati dalla pandemia di Covid-19. Dati che sembrano virare verso un nuovo tempo di recessione economica che avrebbe come conseguenza naturale la nascita di nuove forme di povertà.

L’Italia registra nel secondo trimestre del 2020 un’importante flessione del PIL e del tasso di occupazione (841mila occupati in meno rispetto al 2019).

Stando ai dati raccolti dai Centri di Ascolto Caritas l’incidenza dei “nuovi poveri” nel periodo maggio-settembre passa dal 31% del 2019 al 45% del 2020. Quasi la metà delle persone che chiede aiuto, insomma, lo fa per la prima volta. Famiglie con minori, donne, giovani, persone in età lavorativa: le categorie che necessitano dell’azione della Caritas sono diverse e numerose.

Il rapporto è stato intitolato “Gli anticorpi della solidarietà” proprio perché non si è fermata la “risposta immunitaria” della Caritas contro la povertà. I circa 62mila volontari hanno dato vita ad opere e iniziative da Nord a Sud del Paese, non interrompendo l’aiuto agli ultimi, alle persone in difficoltà.

Ma è innegabile che il Covid-19 ha messo in evidenza il carattere mutevole della povertà che mette il nostro Paese al nastro di partenza di una nuova fase, una situazione “inedita”. Per questo ci sarà bisogno di analisi ed interventi adeguati al mutato contesto.

Si potranno mettere in relazione i dati sulla povertà (assoluta e relativa) con dati sui percettori delle misure di contrasto. Si potranno realizzare analisi di lungo periodo per monitorare come cambiano le condizioni di vita delle persone in povertà. Ci si potrà chiedere quanto su di esse incidano le misure pubbliche.

Le misure nazionali di contrasto alla povertà – nell’ambito dell’approccio alle “nuove povertà” – potranno essere concepite come un “work in progress” che venga “aggiustato” in seguito ad un attento e sistematico lavoro di monitoraggio e valutazione. Bisogna e bisognerò chiedersi se queste misure incidono quanto si vorrebbe e se sono in grado di rispondere alle trasformazioni in corso.

Ma ciò che è più auspicabile è che si riesca ad intercettare le cause di povertà, ad anticiparle, in qualche modo, per «lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi” (Papa Francesco, 3 ottobre 2020).

La pandemia e i gravi effetti ad essa collegati sono certamente quanto di più inaspettato potesse verificarsi. Ma la povertà non nasce di certo oggi o a fine febbraio, quando il coronavirus ha cominciato a cambiare le nostre vite e le nostre abitudini. Ma se prendiamo come riferimento il primo semestre del 2019 – quando non conoscevamo ancora pandemia, lockdown e virologi – il 60% più povero possiede appena il 13,3% delle ricchezze nazionali, mentre il 20% dei più benestanti ne possiede il 70% (“Time to Care”, Oxfam).

C’è qualcosa che non va e non lo scopriamo di certo oggi con questa piccola carrellata di dati.

C’è qualcosa che non va oltre il Covid. Di certo la pandemia non ha fatto che peggiorare le cose.
Come uscirne? Come livellare? Ma, soprattutto, a chi interessa realmente uscirne e livellare?

di Angelo Velardi

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