Another one bites the dust” e poi più decisoAnother one bites the dust” ma forse non si è capito ed alloraAnd another one gone, and another one gone” e poi chiaro e forte, senza fraintendimenti, “Another one bites the dust”.  

Con un Another one bites the dust negli anni ottanta potevi andare ovunque, proprio ovunque. Andare avanti per la tua strada e sfidare il cecchino che ti seguiva nel mirino. Arrivare in Asia centrale, in quel tratto d’oriente che va dal Mar Caspio alla Cina, il Turkestan quando il Turkestan era una repubblica socialista sovietica, ma non aveva dimenticato di essere quello che era sempre stato: la “terra dei popoli turchi oltre la Turchia”.

Another one bites the dust” è un canto di guerra in salsa funky dance “un altro va a mordere la polvere”, fischiano pallottole e la gente muore, ma negli anni ottanta si ballava che era una bellezza. La canzone più hit dei Queen, più di Bohemian Rapsody. Un canto di guerra e di mitragliatrici becchine ed “un altro va a mordere la polvere”. Nella “terra dei popoli turchi oltre la Turchia” vi erano i kazaki del Kazakistan, i tagiki del Tagikistan, i turkmeni del Turkmenistan, gli uzbeki dell’Uzbekistan e proprio vicino a questi i kirghisi del Kirghizistan.

Il Kirghizistan è sulla tratta della via della seta, luogo di passaggio dei commerci tra oriente ed occidente, luogo in cui si incontrano i mondi del nord e del sud, l’occidente di Alessandro il macedone, prima, e di Marco Polo, poi, incontra l’oriente di Gengis, il più grande, ma è un luogo che non prende il nome dei grandi uomini che vi passarono, degli eserciti che lo marciarono ma dal suo popolo i Kirghisi.

Pastori seminomadi che girano in lungo ed in largo quelle terre (“Let’s go” inizia Freddie Mercury), fatte di altipiani, laghi ordinati, fiumi diligenti e con foreste pettinate. Il blu del cielo non è azzurro ma cobalto, è netto, compatto e non ha fronzoli per la testa. Il cielo kirghiso ha in testa solo la luna, niente altro. Un popolo piccolo e pacifico che ha fatto grandi guerre per rimanere quello che è e dare il nome alla sua terra.

Ci sono molti modi con cui puoi colpire un uomo, e stenderlo al tappeto, puoi batterlo, puoi ingannarlo lo puoi trattar male e lasciarlo quando è depresso” cantavano i Queen ma i Kirghisi sono sempre stati “pronti…dritti sui propri piedi”. Somigliano ai cinesi, ma non lo sono, sono turchi e sono pochi ma non si sono sottomessi ai Mandarini, agli Ottomani e agli Arabi (“I’m standing on my own two feet, Out of the doorway the bullets rip”).

Quando arrivo a Bişkek, la capitale, non posso sottrarmi al servizio taxi per godermi con tranquillità le incursioni automobilistiche dei kirghisi in ogni senso di marcia. Janibek è il mio tassista, un sessantenne brizzolato, che appena capisce che sono italiano mi spiega che io sono Giannirodari. Come sarebbe a dire che sono Giannirodari? Non sono neanche piemontese come faccio ad essere Giannirodari. Ma Janibek sorride e ribadisce “Tu Giannirodari”. Oh, Madonna mia. Adesso bisogna capirci.

Se in Asia, quasi estremo oriente, alle 10 del mattino un signore del posto, più alto di me, con gli occhi a mandorla ed un sorriso che potrebbe essere anche un ghigno insiste che io sono Giannirodari io non insisto per non esserlo ma cerco di capire. Janibek comincia a ruotare le mani sul volante e tra una pozzanghera, un pedone mancato per un soffio ed un carretto urtato con il paraurti anteriore mi racconta: Tutti gli italiani sono “Giannirodari.

Tutte le generazioni sovietiche – russe, kirghise, georgiane, baltiche – nate negli anni cinquanta sono cresciute con le favole ed i racconti di Rodari, che era comunista dell’occidente, e veniva invitato ogni anno dai governi sovietici per raccontare favole ai bambini dell’est comunista. E a noi, kirghisi, in particolare piacciono le favole. Noi stessi siamo una favola. Siamo i discendenti di Scita, il terzo figlio di Ercole ed Echidna, la donna serpente che, innamoratasi perdutamente dell’eroe greco, gli rubò i cavalli per avere un atto d’amore. Quanto sono dispettose le donne anche quelle mezzo serpenti.

Il nostro nome è una favola. La parola kyrgyz secondo alcuni significa “quaranta tribù” e secondo altri “immortale, inestinguibile”. Sono le quaranta piccole tribù che al comando di Manas sconfissero i grandi eserciti dei Mongoli. Il nostro paese è una favola con una luna compagna di misteri che è raccontata da un altro italiano, Giacomo Leopardi, nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”.

Una luna che accompagna i viandanti nei loro viaggi e contempla la solitudine dell’uomo” Janibek non conosce i Queen e tantomeno “Another one bites the dust” ma i kirghisi, un piccolo popolo di quaranta tribù, non si sono sottomessi ai Mandarini, agli Ottomani e agli Arabi (“I’m standing on my own two feet, Out of the doorway the bullets rip”). Du du du… Another one bites the dust… du du ru du… Another one bites the dust. 

Janibek sorride, conosce Giannirodari”, ma non sa niente dei Queen. 

di Vincenzo Russo Traetto

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