Anna Maria Zoppi alla biennale di Pescara

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Anna Maria Zoppi affonda le sue radici a pochi chilometri dalla reggia di Caserta: a Casal di Principe, terra alla quale è legata a tal punto da sfoggiare con fierezza l’appellativo “Casalese”.

Le sue tele, lasciate bianche per un po’ a seguito di una crisi, hanno ripreso a ospitare i più disparati elementi senza distogliere mai lo sguardo dalla figura femminile.
La bellezza, la sensualità non si sono assentate tra le linee dei suoi pennelli, anche se un senso di giustizia e denuncia l’hanno condotta spesso a rappresentare la violenza nelle sue più disparate forme: dal bullismo, alla pedofilia, alla violenza sulle donne.
La sua arte contemporanea riscuote grande successo rendendola protagonista di mostre su e giù per la Penisola, infatti, recente è la sua esposizione alla 2° Biennale Internazionale di Pescara.
«Ho conosciuto un’artista durante la mostra “Parliamo…d’arte” al Salone delle Mescite di Fiuggi, Roberta Papponetti, la quale stava organizzando la Biennale e, colpita dai miei lavori, mi chiese di partecipare. Alla Biennale era presente anche il professor Giorgio Grasso – un critico d’arte che avevo già incontrato nel mio percorso in occasione di una mostra a Venezia organizzata per beneficenza – il quale ha apprezzato molto i lavori esposti e sono fiera di questo.
La mostra ha poi riscosso un buon successo, c’erano tante persone, nonostante il periodo di pandemia da Covid».

Riprendendo il discorso della pandemia, come ha influito sul tuo percorso artistico?

«Il periodo di lockdown, contrario a quanto si potrebbe pensare, mi ha aiutato molto.
Ho dedicato più tempo all’arte e sono riuscita a creare questo nuovo stile, che rimanda un po’ alla pop art, utilizzando colori vivaci: l’oro, il rosso, l’azzurro… andando poi un po’ controcorrente dato che altri artisti si sono proiettati su colori più tetri, più tristi. Io sono esplosa durante la pandemia e proprio uno di questi lavori, “Aspettando il domani”, è stato scelto dal professor Grasso per l’esposizione a Venezia.
Questa tecnica è più vicina alla mia personalità, rispecchia la positività e la vivacità che mi caratterizza. Anche se, devo ammettere, cambio spesso tecnica per dare spazio a più aspetti del mio essere».

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Il tuo impegno nel contrastare la violenza nelle sue varie sfumature evince non solo dall’impegno sociale ma anche dai tuoi lavori…

«Sì, mi son chiesta per tanto tempo cosa fosse la violenza e come la si potesse rappresentare sotto forma d’opera d’arte facendo in modo che comunque il quadro in sé fosse bello da guardare.
Alla fine sono arrivata alla conclusione che la violenza è un maltrattamento e quindi ho provato a stropicciare la tela e, sovrapponendola a un’altra, ho potuto giocare su questo effetto creato dai rilievi, dai solchi che vanno proprio a rappresentare le ferite causate dalla violenza.
Maltrattando in qualche modo le tele, lavorando solo con le mani senza aiutarmi con i pennelli, credo di esser riuscita a rappresentare, nel modo più immediato, questo tema e utilizzare l’arte per condannarlo».

Perché la figura femminile ricorre sempre nelle tue tele?

«Ma perché senza la donna che mondo sarebbe? Ha una forza che sembra non avere limiti ed è importante donarle importanza anche nell’arte. Quando ci fu il terremoto ad Amatrice ho rappresentato, anche in quella circostanza, la terra come una donna facendo tre quadri a olio in bianco e nero.
Ritorniamo qui sul tema del “cambio di stile”: molti critici mi hanno spesso consigliato di concentrarmi su un solo stile e identificarmi in quello, ma per me non è giusto.
I periodi della vita non son sempre gli stessi e non si può rappresentare tutto sempre con un solo stile… poi, per esser del tutto sinceri, mi annoia fare sempre le stesse cose.
Ogni quadro ha una storia e io mi esprimo attraverso esso».
Tra quadri, nuove tecniche e contrasto alla violenza Anna Maria Zoppi ha anche lavorato a un progetto editoriale – che purtroppo ha subito una battuta d’arresto nella pubblicazione – scrivendo “Non ne sapevo niente” un libro autobiografico nel quale ha provato a raccontare episodi che hanno segnato la sua vita.

di Rossella Schender
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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