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Anhell69: la comunità Queer di Medellín raccontata al Festival di Venezia

Marianna Donadio 04/12/2022
Updated 2022/12/04 at 4:21 PM
5 Minuti per la lettura

Un carro funebre percorre le strade notturne di Medellín. La voce di un giovane regista ci guida nella scoperta della sua vita e della sua comunità in questa città violenta e conservatrice. Ѐ con questa immagine evocativa che si apre “Anhell69”. L’opera prima di Theo Montoya, regista colombiano di appena trent’anni, con cui è stata inaugurata la dodicesima edizione del festival “Venezia a Napoli. Il cinema esteso”.

Il film è stato infatti selezionato per la Settimana della Critica alla Biennale di Venezia 2022, aggiudicandosi il Premio Mario Serandrei e la Menzione speciale della giuria SIC.

ANHELL69: I lati più oscuri di Medellín

Questo documentario atipico racconta, attraverso gli occhi e la voce del suo regista, i lati più oscuri e nascosti di Medellín con la profondità di un’analisi sociale accurata. “Una città di madri”, è così che la definisce il regista. In questo vortice di violenza e illegalità sono pochi, infatti, gli uomini che resistono abbastanza a lungo da veder crescere i propri figli. Ѐ per questo motivo che quasi tutta la comunità queer scritturata da Montoya ha alle spalle contesti familiari quasi unicamente femminili dove i modelli maschili, se non completamente assenti, sono tutt’altro che esemplari. 

Un film mai fatto

Anhell69 parla di un film mai fatto. Nei 75 minuti della pellicola il regista, che accompagna con un VoiceOver tutta la narrazione, ripercorre la preparazione di quello che avrebbe dovuto essere il suo primo lungometraggio: un b-movie sui fantasmi. Il progetto, però, si fermerà ai casting, svolti tra i membri della comunità queer frequentata dal regista. Camillo Najar, infatti, non saprà mai di essere stato selezionato come protagonista. Il ragazzo muore di overdose pochi giorni dopo, prima che Theo potesse comunicarglielo, come molti altri amici del regista. 

Forse è proprio la morte di Camillo a convincere Montoya a spostarsi da una denuncia implicita, quella che passava attraverso la metafora dei fantasmi, assenze così sentite e vitali da farsi dense fino a diventare materia e corpo, ad una esplicita, che usa la figura dell’amico defunto come simbolo di una generazione annichilita. La comunità queer di Medellín è la perfetta incarnazione di quei fantasmi. I ragazzi escono solo di notte, come pipistrelli, vengono risucchiati da un buco nero di feste e droghe, sono invisibili per la società che vive alla luce del sole e vivono nel rischio di scomparire del tutto a causa di un omicidio omofobo o di un’overdose. 

Il commento dell’autore sul film

«Attraversare la mia vita significa parlare di guerra, religione, cinema e di quando ho conosciuto Camilo Najar, Sharlott, MH, Alejandro Paz, Julian David, Mendigana e Juan Perez. Parlare di loro è evocare il film che non potremo mai fare insieme. Anhell69, l’annientamento e il “non-futuro” della mia generazione, causato dal suicidio e dalle droghe, e anche dall’oppressione di una società violenta e conservatrice, che cerca di sterminare qualsiasi cosa possa sfidare lo status quo. Anhell69 è immortalare i nostri ricordi, la nostra memoria, la nostra vita prima della morte. E forse anche un avvertimento per le generazioni e i governi che verranno» scrive l’autore nel commento al film.

“Questo film? Un mezzo attraverso cui rinascere dopo la morte”

«Ho iniziato a girare questo film senza sapere che lo stavo facendo, poi la morte di Camillo è stata come un detonatore. Ho voluto che questo film fosse un mezzo attraverso cui rinascere dopo la morte – afferma Montoya all’inaugurazione del festival Venezia a Napoli, spiegando l’inusuale processo di creazione della sua pellicola –. Questo è un film trans, un film di attraversamento, senza frontiere».

Anhell69 fonde in sé infiniti generi, dal documentario di denuncia al metacinema, dall’autobiografia all’horror fantascientifico. Racconta la violenza e la morte proprie di Medellínrestando lontano dai sensazionalismi, con una delicatezza che fa di Theo Montoya un regista con le idee chiare sullo stile che vuole adottare. La vita, al contrario, è rappresentata dall’arte stessa, dal cinema, che rappresenta per il regista, come afferma in VoiceOver nella pellicola, l’unico luogo dove poter piangere

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