Caserta, Angelo Maiello racconta “Don Milani”. Lo spettacolo in scena mercoledì 13 luglio

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don milani
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Il regista Angelo Maiello: «Don Milani? Un prete solo a Barbiana. Un pazzo o un santo che accetta di essere solo contro tutti, alla ricerca della Verità con coerenza».

Mercoledì 13 luglio, alle ore 21:00, andrà in scena, alla Villa Giaquinto di Caserta, lo spettacolo “Lorenzo – La storia di Don Milani”, di e con Angelo Maiello.

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La storia riprende la vita di Lorenzo Milani, presbitero, pensatore e scrittore attivo nel primo Novecento italiano.

Don Milani fu oppositore di ingiustizie e nemico del potere. Comprese a sue spese che la cultura può essere strumento di affrancamento; ma per lo più essa è strumento di dominio e di assoggettamento delle classi più povere ed emarginate, le quali dalla cultura sono volontariamente tenute lontane.

Nel dicembre del 1954, a causa di screzi con la Curia di Firenze, venne mandato a Barbiana, minuscola e sperduta frazione di montagna nel comune di Vicchio, in Mugello, dove entrò in contatto con una realtà di povertà ed emarginazione ben lontana rispetto a quella in cui aveva vissuto gli anni della sua giovinezza.

Iniziò in queste circostanze il primo tentativo di scuola a tempo pieno, espressamente rivolto a coloro che, per mancanza di mezzi, sarebbero stati quasi inevitabilmente destinati a rimanere vittime di una situazione di subordinazione sociale e culturale.

Gli ideali della scuola di Barbiana erano quelli di costituire un’istituzione inclusiva, democratica, con il fine non di selezionare ma piuttosto di far arrivare, tramite un insegnamento personalizzato, tutti gli alunni a un livello minimo d’istruzione garantendo l’eguaglianza con la rimozione di quelle differenze che derivano da censo e condizione sociale.

La scuola suscitò immediatamente molte critiche e ad essa furono rivolti attacchi, sia dal mondo della chiesa sia da quello laico.

Le risposte a queste critiche vennero date con Lettera a una professoressa, in cui i ragazzi della scuola, insieme a Don Milani, denunciavano il sistema scolastico e il metodo didattico che favoriva l’istruzione delle classi più ricche, mentre permaneva la piaga dell’analfabetismo in gran parte del paese.

Nello spettacolo ideato ed elaborato da Angelo Maiello, un prete in bici sale il monte Giovi. Si dirige verso Barbiana:

«Un luogo nascosto, più isolato di quanto si possa immaginare. Solo un pazzo poteva restare lì, in quelle condizioni… o un santo che accetta di essere solo contro tutti, alla ricerca della Verità con coerenza, fino in fondo, fino alla rottura, fino all’ultimo…agli ultimi.

Lorenzo, in nome della Libertà che lo chiamava a dire la Verità, inizia un viaggio che lo ha rende cristiano, prete, parroco, maestro, scrittore, profeta, intellettuale, ribelle.

Subito è nata l’idea di trasmettere e raccontare ad altri una storia che ancora oggi mi emoziona. E subito mi è parsa evidente una straordinaria teatralità nei testi di Milani.

Un prete solo a Barbiana…Un attore solo in scena…

La storia è raccontata con le stesse parole di Don Milani. Nulla di questa narrazione è inventato, ogni frase dello spettacolo è stata pronunciata dallo stesso parroco.

L’attore non ha bisogno di macchine teatrali, di trucchi, di scenografie. Cosa rimane ad un uomo di teatro se vengono eliminate le scenografie, gli effetti speciali, il sipario, le maschere? Rimangono la forza della narrazione, la sua voce, il suo corpo e la necessità etica di denunciare l’ingiustizia sociale contro cui lottò Don Lorenzo e che purtroppo è mostruosamente attuale.

E’ la sua Verità. Sono convinto che la bellezza e l’energia di quelle parole rendano ricco un teatro apparentemente povero di oggetti. Perché chi ha conosciuto Milani sa che è proprio lui in persona a mettere con le spalle al muro; sa che è proprio lui ad essere, nel panorama del cattolicesimo italiano del Novecento, la testimonianza più emblematica e significativa».

La voce dell’attore, dell’uomo, di Don Milani colpisce come una sferza le coscienze del pubblico:

«Perché hai tradito? Perché continui a rimanere fermo? No, non si può essere uomini in questo modo, dalla parte dei ricchi, dei borghesi, dei militari, del Partito Italiano Laureati, degli intellettuali!».

Non solo narrazione, il “Don Milani” di Angelo Maiello è anche una riflessione metateatrale.

«Questo monologo è anche una personale sperimentazione che parte da una domanda. Cosa è essenziale per fare teatro? Durante le prove, il lavoro si è limitato semplicemente a togliere e tagliare per scoprire che paradossalmente il teatro può fare a meno del teatro (inteso come luogo in muratura), e tutto ciò che c’è dentro: scenografia, costumi, abbonamenti, direttori artistici. Ma non può fare a meno di un attore (con un corpo ed una voce) che racconta una storia (meglio se la storia piace da morire all’attore) a qualcuno. Il resto è secondario. Al centro del lavoro la storia, in questo caso don Lorenzo, e non l’attore, la voglia di farlo conoscere, evitando strumentalizzazioni di parte, e non altro.

Un attore vestito di nero si muove in una scena povera di oggetti, parla di lavoro minorile e di solitudine. Può confondersi con una delle tante storie negative, tristi e senza speranza che da qualche tempo si vedono nei teatri del nostro Paese. In realtà non è così: lo spettacolo che nasceva giorno dopo giorno mi è parso subito diverso. Esso è forte nelle denunce, ma anche con in sé una voglia di riscatto e perché no di libertà, che evidentemente dà un taglio positivo e sicuramente non nichilista al racconto, senza cadere in facili e moralistiche conclusioni.

“Don Milani” è diventato un monologo per necessità: rischiare di perdere tempo ed energia per raccontare la storia di un prete morto nel 1967, a molti non è parsa operazione artisticamente interessante. Mi sono ritrovato da solo con la convinzione che, invece, era più che mai necessario provarci».

 

don milani villa giaquinto

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