Anfitrione – Giocattoli nelle mani degli dei

Lo ammetto: non vado spesso a teatro, perché i costi sono quello che sono e non è che gli spettacoli teatrali siano facili da reperire in streaming quanto i  film e le serie TV (senza contare che vedere un filmato di uno spettacolo sconfigge proprio il senso del teatro in quanto medium). Tuttavia, questo 18 gennaio 2020, in una piccola sala teatrale di Ostia, ho scovato uno spettacolo molto, molto particolare. Una messinscena dell’Anfitrione di Plauto, ad opera di Luca Ferdinandi, Alessandro Marasca e Riccardo Ruta.

Lo spettacolo riprende la storia sui suoi punti essenziali: Giove e Mercurio (Marasca e Ferdinandi) assumono le sembianze di Anfitrione e Sosia (Ferdinandi e Marasca), rispettivamente il re di Tirinto e il suo schiavo personale, perché Giove si è infatuato della moglie di Anfitrione, Alcmena (Ruta—e sì, se il nome di Alcmena vi è familiare, è proprio perché è la madre di Ercole, quell’Ercole, checché ne dica la Disney) e vuole fare l’amore con lei (oggi diremmo violentarla tramite inganno, ma si sa, la cultura greco-romana non brillava per rispetto delle donne).

Lo spettacolo viene tradizionalmente annunciato da Mercurio come una tragicommedia (perché tratta di dei e re ma vi sono anche schiavi e mancano spargimenti di sangue, secondo la definizione di ‘tragedia’ e ‘commedia’ in vigore all’epoca di Plauto) e per quasi tutta l’ora e mezza in cui si è seduti a guardarlo la parte di ‘commedia’ sembra essere quella più presente. Mercurio si diverte a fare impazzire Sosia e a convincerlo che lui (Mercurio) è il vero Sosia, perché dopotutto sono identici e se Sosia prova a dire il contrario lo picchia a sangue, e Giove si diverte a fare impazzire Alcmena e Anfitrione scambiandosi continuamente con quest’ultimo e facendo sì che entrambi i coniugi si sospettino di infedeltà reciproca. Il tutto finché Alcmena non partorisce i figli di Anfitrione e Zeus, Ificle ed Ercole, e Giove e Mercurio decidono che hanno giocato abbastanza, e se ne vanno.

Funziona in larga parte grazie alle performance esagerate del cast, come dovrebbe ben essere per una commedia plautina: Ferdinandi salta da un lato all’altro del palco per far parlare tra di loro Mercurio e Sosia, Ruta sfrutta il cross-casting (ilare quanto storicamente accurato—all’epoca le donne non potevano recitare a teatro) per tutte le risate che può regalare e al contempo mostra una donna abbastanza credibile nella sua voglia di rispetto da parte del marito, e Marasca tra Giove e Mercurio si alterna tra un cambio scena e l’altro, divertendosi in sostanza a torturare psicologicamente sé stesso.

E qui cominciano le differenze:

in questa messinscena, Giove e Mercurio sono molto più sadici e spregiudicati del testo originale. Soprattutto Giove: se nel testo originale si riconcilia con Anfitrione rassicurandolo che sua moglie non ha alcuna colpa e può tenersi entrambi i bambini, qui apre lo spettacolo con un video contenente una promessa allo spettatore: riderà, certo—ma a suo malgrado, e di una tragedia. E sempre grazie a un video (proiettato sul fondale della sala) lui e Anfitrione si incontrano faccia a faccia e Giove rivela con malefico godimento come si sia divertito a ingannare il mortale. È una dimostrazione di quanto realmente alieno possa essere un dio—raccontata con un espediente interessante poco sfruttato a teatro—e una scena che riporta lo spettacolo molto fermamente nell’ambito della tragedia. E proprio come aveva detto Giove, abbiamo riso—di una tragedia.

di Lorenzo La Bella

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