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Andrea Tartaglia parte e “Le Range Fellon” torna

Tonia Scarano 01/02/2022
Updated 2024/01/14 at 6:25 PM
14 Minuti per la lettura

Se si andasse in un locale nell’agro-aversano, se si andasse in un parco puteolano, su una spiaggia bacolese, si incontrerebbe un uomo pronto ad intonare la narrazione di un territorio. Andrea Tartaglia, conosciuto anche per il progetto musicale “Tartaglia Aneuro” si è lasciato intervistare dopo una serata Live al Theo di Aversa.

Andrea Tartaglia, tu nasci, cresci e resti in Campania, terra che racconti con suoni tribali, folk e anche rock. Come racconti questo legame e come influenza la tua musica?

«Sono cresciuto nei Campi Flegrei, in un posto meraviglioso e deturpato, però, dall’avidità umana – che posso dire, di diverso? -. Vivo tra Quarto e Pozzuoli, che insieme a Napoli hanno formato il “triangolo del veleno”, come lo chiamavano tempo fa.

Amo la mia terra, amo vivere e costruire qui, penso che in molti altri paesi siano più fortunati di noi e abbiano tante cose che qui materialmente mancano, ma ho sempre creduto che raggiungere degli obiettivi altrove sia molto più semplice che realizzarli qui, in questo territorio, soprattutto se vuoi dire qualcosa.

Traggo dalla mia cultura, quella napoletana, molti input artistici e mi riferisco alla sua identità più ancestrale, quella tribale. Credo che Napoli sia un po’ come il tufo, che poi è la sua pietra, e come questo sia attraversata da tanti elementi che la modellano, senza perdere mai la sua radice. Io cerco di essere così: vorrei che tutto quello che vivo e tutte le culture che incontro rafforzino la mia radice e che tutto quello che mi attraversa si trasformi in espressione.

Sono cresciuto in posti meravigliosi dove non potevo fare il bagno, tipo Licola, posti in cui il dolore e la bellezza convivono. Questo scontro ha creato in me la voglia di urlare qualcosa contro tutto ciò. In particolare nel 2012, avevo ventidue anni e si stava decidendo di fare una discarica a 200 mt da casa mia. Ci fu una grandissima mobilitazione da parte di tutto il paese di Quarto, a cui ho partecipato attivamente.

Per sei mesi la gente ha collaborato, ci si organizzava anche di notte nei presidi attivati intorno al territorio in cui si rischiava arrivassero da un momento all’altro camion a scaricare rifiuti, ma attraverso una forte coesione, il paese è riuscito a scongiurare la minaccia tossica.

Oggi ritengo sia stata un’esperienza meravigliosa, in quanto in essa ho preso coscienza del fatto che la gente, se vuole, può tutto e questa dinamica mi ha portato a scavare dentro di me, nel mio modo di vedere la società».

Durante quel periodo eri già attivo musicalmente? Come avviene, in Andrea, l’incontro con la musica e come, invece, l’ispirazione testuale?

«Ero agli albori della mia carriera artistica, sì. A ventidue anni ero un ragazzino pieno di sogni, purezza e voglia di urlare al mondo quello che sentiva. Avevo intrapreso una carriera universitaria in ambito umanistico e artistico, poi ho abbandonato per dedicarmi pienamente alla musica.

L’incontro con la musica avviene da sempre. Ho delle cassette che registravo da piccolino, avevo 6 anni e facevo “la radio”, inventavo già canzoni e il mio primo bisogno, da adolescente con un’anima musicale, è stato lavorare su canzoni famose troppo smielate: avevo circa 14 anni e notavo che la miriade di canzoni che parlavano d’amore, lo facevano in un modo distruttivo, che incuteva timore e negatività a chi stava attraversando una fase delicata emotivamente come quella dell’adolescenza, soprattutto con i primi innamoramenti, quindi davo a quei motivi un tocco di ironia, provavo a renderli divertenti.

L’ispirazione dipende da quello che voglio raccontare e dalla canzone, perché la musica, la personalità di una persona e quindi anche la mia, è piena di sfaccettature e la musica è capace di esprimerle tutte.

Alle volte nasce da un momento di improvvisazione e da frasi dette di getto che mi ritornano in mente, attorno le quali scrivo delle canzoni; alle volte, invece, sono processi che durano anni. Prossimamente uscirà una canzone che definisco la mia prima canzone “sull’amore”, non la chiamo canzone d’amore, perché penso che sia una canzone che parla anche di amore e ci ho messo trentaquattro anni a scriverla».

Chi ti segue riconosce nei motivi principali del tuo stile di vita il viaggio, l’interscambio culturale, la ricerca di habitat naturali, la meditazione. Tutto questo cosa dona al prodotto artistico che restituisci a te stesso e a chi ti ascolta?

«Proprio attraverso il viaggio ho preso consapevolezza di poter intraprendere la strada della musica, nel 2009 mi esibii a Barcellona, suonavo da poco ed ero all’apice del mio istinto da freestyler. Nonostante fosse di fronte a un artista “straniero”, il pubblico era profondamente coinvolto dalla mia musica e ciò mi ha confermato che, al di là della lingua, la musica è un linguaggio universale.

Io cerco il viaggio in qualsiasi forma, dal viaggio interiore al viaggio esteriore. La mia prossima meta è il Messico e sarà la prima più lontana da casa. Ne sono affascinato e spero di riuscire a suonare e a creare musica in una terra piena di misticismo, bellezze, arte e anche di conflitto.

Allo stesso modo ricerco l’incontro emotivo con la natura, cerco di avere un “pensiero naturale” e penso sia necessario. L’altra soluzione, un allontanamento dalla natura, sarebbe la distruzione, credo.

Penso che la creatività, come stati alterati di coscienza, come attimi nei quali riesci a cogliere la cosa volgarmente chiamata “ispirazione”, sia una concentrazione profonda nella quale riesci ad avere il pensiero più chiaro, con l’inconscio che traduce in parole qualcosa che stai elaborando da tempo.

Ciò avviene, allo stesso modo, durante una pratica di yoga, in cui la mente e il corpo sono collegati direttamente, senza passare dal giudizio del cervello. Una delle cose che preferisco, oltre alle pratiche, è quando passo qualche ora a lavorare sulla mia terra, poi accendo il fuoco e prendo la chitarra.

Penso che questi elementi accomunino le mie pratiche meditative e di ricerca: trovare quello stato di trans lucida che mi porta ad avere chiaro quello che ho dentro. Credo che l’espressione abbia due matrici diverse, ma accomunate. Una è la liberazione necessaria, che sfocia quando hai qualcosa dentro che devi vomitare; l’altra, è una forma di preghiera, una forma meditativa. È un processo a due fasi, la liberazione interiore e la preghiera, all’arte e alla vita».

C’è stata qualche difficoltà che hai incontrato nel tuo viaggio espressivo, sia interiore che materiale con chi alberga questo mondo?

«Il campo della musica non è un campo sempre puro e semplice da vivere, dal punto di vista professionale più che da quello artistico, là ci sono cose meravigliose, artisti immensi anche se poco conosciuti, spesso, ma la problematica interviene quando poi devi pensare a pagare un affitto, a risolvere i problemi materiali.

Che a un certo punto, soprattutto se poi musiche come quella mia o quella di altri colleghi, tra virgolette, non è la musica che viene spinta dalle radio in generale, ma è una musica che, come io dico sempre, è una musica “porta a porta”, perché ci andiamo a prendere le persone faccia a faccia.

Questa è la cosa meravigliosa, dall’altro lato ci rallenta tanto rispetto, appunto alle grandi produzioni o a questi generi musicali che godono la fortuna di avere grandi mezzi di comunicazione, noi non li abbiamo e questa cosa diventa un bel problema, alle volte, perché a un certo punto, pensi, dopo aver fatto qualcosa che magari ha avuto più successo, cerchi di confermare quel successo.Questo problema mi si è presentato non so se l’ho superato, ma dentro di me ho capito che faccio la musica perché amo farla e non posso fare qualcosa che non amo».

Articoli in musica i nostri drammi sociali e ambientali: cosa ti aspetti che ritorni dalle tue canzoni di denuncia e cosa dici a chi, come te, si trova di fronte a tali drammi quotidiani? C’è un modo di azione positiva verso un futuro, magari diverso e migliore, che puoi dire possibile?

«Da qualche anno a questa parte lavoro per cogliere l’universalità di un concetto, poiché penso che in questo modo, inevitabilmente, possa risuonare nelle persone. Il tentativo è quello di dire una cosa nel modo più semplice, ma anche più interessante possibile, tanto da creare una reazione naturale in chi mi ascolta, che sia anche negativa.

Alle volte l’importante è smuovere, non tenere la stasi. Non giungo da profeta e dall’elaborazione dei miei concetti imparo io per primo, in quanto persona che ha bisogno di capire. Quindi quello che consiglio è scritto nella mia musica.

È una domanda difficile, avrei tante cose da affermare, di base dico di credere che sia possibile essere migliori di come si è, credere che sia possibile risolvere determinate problematiche anche globali, ma solo se tutti quanti iniziamo ad avere a cuore il nostro futuro, che delle volte sembra limitarsi alla ricerca di un lavoro alla soluzione di questioni materiali, ma il futuro, la bellezza, il lusso, si trovano in posti di natura meravigliosi. Nel momento in cui tale natura verrà distrutta, il lusso non esisterà più.

Dico, inoltre, che vale sempre la pena seguire quello che si ama, molto semplicemente. Si rincorrono tante cose che non ti danno, in fondo, il risultato che speravi. Perché la serenità è qualcosa che si raggiunge vivendo il presente e, soprattutto, rispettando la vita. Il problema dell’essere umano è che non rispetta la vita, è che si è distaccato da quelle che sono le sue radici e la sua natura, che è vivere nel mondo. Quando distruggi il tuo habitat, come animale, stai attuando un suicidio».

Ti definisci una persona che cerca di prendere la vita con la leggerezza propria di chi viene toccato da ciò che lo circonda, quella che ti mostra la profondità delle cose, infatti stai lavorando al nuovo singolo che vedrà nuovamente in scena il Rancio Fellone, a cui in passato hai già dato voce per denunciare il deturpamento progressivo dell’ambiente, martoriato dall’eccesso di rifiuti di ogni tipo.

«Sì, credo che ci sia una differenza molto profonda tra leggerezza e superficialità. Penso che la leggerezza abbia il compito di, appunto, alleggerire le cose difficili da accettare, mostrandole, in fondo, per quello che sono. Il dolore è uno spunto, è una possibilità, come il senso del Rancio Fellone, un piccolo membro della natura che mostra il suo punto di vista sul maltrattamento che riserviamo alla natura. Il Rancio Fellone è l’occhio della natura sull’uomo, è la natura che ci vede.
Sono a lavoro al prossimo disco, mentre il “Rancio Fellone II” uscirà nei primi giorni di febbraio.

Visto il momento storico che stiamo vivendo, un momento di enorme conflitto proprio tra le parti, in cui i conflitti trovano sempre spazio, il prossimo rancio fellone, riflette proprio su quanto siamo stupidi a litigare fra noi, quando il male può essere risolto lavorando insieme e in pace per un obiettivo comune».

L’artista, da poco guarito dal Covid, è attualmente in Messico, da cui tornerà sicuramente pieno di nuove intenzioni artistiche pronte a colorare le nostre pareti uditive e anche a ridestare i nostri spiriti critici verso ciò che si può migliorare intorno a noi.

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