Stefania Spanò, napoletana ma da anni fuori città, è una donna forte che nell’impegno per i diritti umani ha trovato la risposta a una parte della sua vita. In arte Anarkikka è autrice e illustratrice per l’Espresso. Le sue vignette sono esposte in mostre itineranti e ospitate da associazioni e scuole, ma il suo principale mezzo di espressione è la rete, con tutte i vantaggi e tutte le complicazioni che ne derivano, soprattutto in un periodo in cui la rabbia  e il rancore sono forti e la libertà di espressione è sempre più sotto attacco, ancor di più se ad esprimersi sono delle donne. In questo contesto, con uno stile semplice, ironico ma di forte impatto emotivo, Anarkikka racconta l’attualità attraverso gli occhi delle donne.  

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Innanzitutto, quando e come è nata Anarkikka?

Non c’è un evento particolare a cui posso fare riferimento, ma tanti. Posso dire, però, che l’occasione, la circostanza, è nata dall’opportunità che ho avuto di rimettere tutto in gioco, non avendo più nulla e più nulla da perdere, ma tanta voglia di fare e molto voglia di “dire”.

Quali sono i temi principali delle tue vignette?

Le discriminazioni, i diritti negati, e, quindi, le donne. La violenza contro le donne, la violenza e le disparità di genere sono espressione della cultura che opprime tutte le nostre società, alle cui radici c’è un sistema di relazioni di potere, inteso come possesso, quando non abuso, che ingabbia tutt* e ancora necessita di essere svelato. Una gabbia, anche per quel genere maschile al quale sembra offrire solo vantaggi.

C’è qualcosa in particolare che ha ispirato il tuo stile, o è tutto frutto della tua fantasia?

Ho un background di grafica e comunicazione, ma credo di dover tutto al mio ostinato scontro con il mio (ormai molto vecchio) insegnante di disegno che ha sempre bocciato il mio “stile”. In poche parole nella mia scarsa attitudine a studiare! 

Le tue vignette si servono spesso dell’ironia come strumento di comunicazione. Cosa pensi del ruolo della satira?

La satira conserva tutta la sua funzione di critica alla politica e alla società, mostrandone le contraddizioni. E’ una componente essenziale della comunicazione pubblica, significa fare polemica, ma con l’intento costruttivo di far riflettere, di fare opposizione.

Qual è il tuo rapporto con Napoli? Credi che in qualche modo abbia influito sulla personalità di Anarkikka e sulla voglia di denuncia sociale?

Non ho mai amato la mia città, da napoletana. Non le perdono l’incuria, l’abbandono. Per me sono sintomi di disamore. E con la mancanza d’amore non riesco a fare pace, in nessuna relazione. Napoli per me non è la città più bella del mondo ma potrebbe esserlo.
È un delitto che si compie ogni giorno, ed è una violenza che non sono disposta a subire.
Questo, però, non ha nulla a che fare con la mia voglia di denuncia, che nasce invece da un percorso di vita molto più condizionato dall’essere donna che dal mio luogo di appartenenza.

Cosa significa per te avere uno spazio su una rivista come l’Espresso, nel quale poterti esprimere?

L’Espresso ha significato un riconoscimento del lavoro svolto in questi anni. Devo molto al precedente direttore Pratellesi che ha creduto in Anarkikka e mi ha offerto uno spazio senza dubbio prestigioso. Detto questo, il mio lavoro è nato, cresciuto e si sviluppa ancora oggi sulle mie pagine social, luoghi complicati ma liberi che mi offrono un contatto diretto con le persone e consentono alle persone un contatto diretto con me.
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Infatti, un conto è esprimersi su un giornale, tendenzialmente di parte, un altro è esprimersi tramite i social networks, dove sempre più si va in contro all’attacco mediatico. Cosa pensi al riguardo? Noti differenze rispetto al passato? 

In questo mi sento fortunata. Ho sempre gestito bene gli attacchi mediatici, senza mai cedere alle provocazioni, e non sono abbastanza famosa per essere costantemente sotto tiro! Devo dire che gli attacchi peggiori li subisco proprio da chi commenta sulle pagine de l’Espresso. Meno visualizzazioni ma più cattiveria e insulti.
Il web è cambiato molto in questi anni. Bisogna scendere armati sempre più di buon senso e fare attenzione a non cadere nella rete. C’è molta rabbia in giro, e molta ignoranza. Ma l’ignoranza di chi non ha nessuna voglia di imparare, nessuna umiltà. Una ignoranza che è presunzione fanatica. Alimentata da quel potere che abusa di cui parlavo prima.
Il corto circuito sembra compiuto e a volte lo sconforto è grande, ma proprio in questi momenti, in questo momento storico, l’impegno deve moltiplicarsi, la speranza deve accompagnarci. Dobbiamo essere brav*, però, a non lasciarci coinvolgere dai meccanismi apparentemente vincenti dando risposte nuove senza snaturare i valori in cui crediamo. 

Quanto credi sia importante la denuncia, in un contesto come quello attuale in cui si cerca ad ogni costo di reprimere, censurare le opposizioni? Penso alle accuse rivolte ai giornalisti, all’umiliazione sui social nei confronti dei manifestanti o alla questione degli striscioni fatti rimuovere. 

La denuncia è importante, come sempre. E in questo i social hanno una funzione innegabile, proprio per la loro natura poco controllabile. Ma restano un mezzo, non un fine! Vanno usati per diffondere, non per piacersi, per confrontarsi, conoscersi, non per compiacere se stess*.
 
di Giorgia Scognamiglio
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