Ambiente e informazione, il dibattito in Casina Pompeiana

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Un’intera giornata ricca di interventi e dibattiti quella organizzata in Casina Pompeiana con il corso di formazione per i Giornalisti 3soprattutto in merito alle critiche ai potenti della terra mosse dalla giovane ambientalista svedese Greta Thunberg.
Con la partecipazione dell’Associazione “Canoneinverso officina di idee” e il Patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti della Campania e del Comune di Napoli, l’Assessore alla Cultura e al Turismo Eleonora De Majo ha inaugurato la conferenza con i suoi saluti per lasciare, poi, la parola all’Assessore all’Ambiente del Comune di Napoli Raffaele Del Giudice che ha aperto la sessione mattutina.
Un approfondito excursus storico partito dall’analisi dell’Antica Roma e del suo rapporto con l’ambiente, per poi sfiorare la Costituzione e l’Art. 9 che recita: “La Repubblica tutela il paesaggio”, sono stati solo alcuni punti toccati durante la conferenza.
Si è precisato in special modo che i termini ‘ambiente’ e ‘rifiuto’ nella Carta Costituzionale sono inesistenti. Addirittura, nell’antichità, il rifiuto era ricchezza e nelle civiltà agricole non esisteva affatto il problema ambientale.

Questi farà la sua prima comparsa negli Usa e in Italia arriverà soltanto negli anni ’70.
Bisognerà attendere gli anni ’90 per delineare nuovi orizzonti sul rapporto tra ambiente e economia. Il Summit della Terra di Rio de Janeiro nel 1992, ad esempio, ha segnato una svolta epocale nel mondo occidentale. Per la prima volta nella storia umana la parola ‘ambiente’ entra a far parte del vocabolario dell’uomo contemporaneo e con questo termine si intende tutto ciò che circonda l’essere umano, minacciato dal ‘nuovo’ mostro della postmodernità, ovvero, l’inquinamento. L’ambiente, pertanto, viene concepito come l’insieme degli elementi chimici, fisici, biologici e sociali; dunque non è soltanto la natura incontaminata distaccata dal mondo antropico ma è anche l’umano stesso con le sue attività.
Durante tutto il corso degli anni ’90 la minaccia ecocida si percepisce sempre più, cosicché l’uomo contemporaneo inizia a sentirsi minacciato nel momento in cui si rende conto che è parte integrante dell’ambiente che sta distruggendo.

È in questi anni che si è tracciata una grande trasformazione nel campo ambientale anche per quanto concerne l’economia.

Ecco che “ambiente” diviene sinonimo di business e interessi. Le guerre in Medioriente sono un palese esempio di come l’ambiente sia diventato un affare; in questi territori infatti si combatte per ottenere il controllo delle fonti energetiche. Eppure, uno dei principi emerso dal Summit di Rio è stato quello della libertà. L’ambiente è libertà ed essere liberi vuol dire essere responsabili, poiché “l’ambiente è pace”. È fondamentale, dunque, impartire un’educazione ambientale che stia alla base di ogni comportamento, norma e sensibilità.
Alla conferenza, inoltre, sono stati sottolineati gli aspetti che contornano un bravo giornalista quando si tratta di affrontare un tema così delicato e controverso come quello ambientale.

La missione precipua del giornalista è creare educazione, senza farsi soggiogare dall’allarmismo e dal fondamentalismo.

È necessario essere ‘scientifici’, avere equilibrio e senso di responsabilità e non negare lo sviluppo ma riconoscerlo e cogliere i punti di forza e di debolezza che vi sono all’interno.
Per spiegare i problemi del cambiamento climatico, sono sorte due scuole di pensiero antitetiche: la prima – dai connotati un po’ disfattistici – sostenitrice del pensiero per cui la temperatura del pianeta ha raggiunto un punto di non ritorno; la seconda invece ritiene possibile poter tornare indietro, con l’osservazione di tre princìpi base per la lotta al cambiamento climatico: quello del contrasto, della mitigazione e dell’adattamento. Il primo si configura con le politiche che gli Stati dovrebbero attuare (ad esempio, ridurre le emissioni CO2); il secondo principio comprende le operazioni di contrasto quotidiano (ricorrere al vetro piuttosto che alla plastica) e il terzo è quello dell’adattamento che consiste nell’ ‘adattare’ le città all’innalzamento del mare, come è avvenuto a Venezia con il “MOSE Project” in fase di realizzazione.
Altro aspetto su cui si è insistito durante la conferenza è il livello pratico che bisogna avere nel giornalismo; e il riferimento al giornalista indiano Darryl D’Monte non è casuale, in quanto, secondo questi un bravo giornalista deve fare rete e lavorare soprattutto sul posto.
Un livello di concretezza e nel contempo sensibilità è stato riscontrato anche nel progetto nato in Germania per la tutela dell’ambiente “Plant for the Planet” nato nel 2007, il cui motto è: «Basta parlare. Piantate alberi!».
Nella sessione pomeridiana è intervenuto Alfonso Cauteruccio, Presidente dell’Associazione internazionale Greenaccord: «L’ingegno italiano esiste ancora – ha osservato – A Copenaghen c’è un impianto di smaltimento di rifiuti con un tetto per sciare. Questo tetto è stato prodotto a Bergamo. In Italia abbiamo delle eccellenze da valorizzare».

La contraddittorietà tutta italiana è, pertanto, riconoscere i valori ma anche dover fare i conti con una realtà sotto certi aspetti drammatica, come quella dell’esistenza di numerosi siti di smaltimento di rifiuti nascosti e illegali.
«Il riscaldamento globale ci pone in una dimensione nuova. Siamo un pianeta o. Ll’uomo nuovo è globale» così è intervenuto l’Architetto del Comune di Monte di Procida che ha introdotto una riflessione anche sull’ “area rossa” vulcanica flegrea. «Monte di Procida è un piccolo comune di circa 13.000 abitanti – ha proseguito – ed è una terrazza tra le isole e i Campi Flegrei. In tutta l’area rossa, invece, ci sono circa 700.000 persone. Noi dimentichiamo che abbiamo ben tre vulcani in Campania e i vulcanologi si domandano quando avverrà l’eruzione. Per contro, in queste zone c’è una densità abitativa elevata; perciò è importante pianificare». Una pianificazione attenta e studiata, dunque, consentirebbe di affrontare meglio un ipotetico disastro ambientale ma è necessario premunirsi con largo anticipo.

Un’articolata considerazione è stata posta poi da Giovanni Russo, Ord. di Ecologia dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope con la parte “Sostanze tossiche e rifiuti pericolosi. Sostegno e contributo dell’informazione per le buone prassi”.

«Noi ragioniamo ancora in termini antropocentrici. “Sostanze pericolose” per chi?». Con questa domanda Russo ha invitato il pubblico a riflettere non più in termini di ‘ego’ – come agiscono le multinazionali – ma di ‘eco’. «Noi siamo parte delle invisibili trame dell’ecosistema – ha illustrato Russo – Oggi si parla molto di “bioetica medica” ma non di “bioetica ambientale”. C’è un conflitto tra le istanze dell’economia con quelle dell’ecologia. L’economia dovrebbe agire per il benessere umano ma l’ecologia è vista come una minaccia. Ciò che ci preoccupa oggi è la crescita del PIL e le ragioni dell’ ‘homo ridens’ (che pensa al proprio benessere) hanno preso il sopravvento». Russo ha inoltre evidenziato i caratteri efficienti della nostra società ma, nel frattempo, a motivo di questa produttività ‘selvaggia’ le risorse si stanno esaurendo. Per giunta, il 24% delle malattie diffuse sono causate dal problema ambientale, come stanchezza cronica, encefalopatia tossica e fibromialgia. Per non parlare dell’insorgenza di tumori che è tre volte più elevata nei Paesi sviluppati rispetto a quelli sottosviluppati.

Non sono mancate delle puntualizzazioni sulle differenze tra “microplastiche” e “nanoplastiche”; queste ultime sono più invasive perché entrano nelle cellule e si accumulano negli organismi viventi e mettono a repentaglio la rete alimentare che sostiene la biosfera, attraverso il processo di “biomagnificazione”, un termine che in ecologia e biologia indica l’accumulo di sostanze tossiche in quegli organismi viventi che seguono la piramide trofica (l’animale predatore si presenta con una concentrazione maggiore di scorie rispetto alla preda).
«Con l’aumento del benessere abbiamo originato un debito di inquinamento – sempre Russo – Ma non è la vita in sé ad essere in pericolo. È l’uomo che è in pericolo».

di Sara Ramondino

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