…come per ogni cosa anche per la Scuola alla fine si tirano le somme.

Nel fare un ritratto dell’istituzione scolastica italiana, ci balza agli occhi il minimo investimento che il nostro paese stanzia per la scuola.

Nonostante negli ultimi anni ci sia stata una lenta ripresa della spesa per l’istruzione, il trend italiano resta ancora basso rispetto agli altri paesi europei.

La società si trasforma è vero, ma non sempre si fanno progressi in tutti i campi. Ne è passato di tempo da quando a scuola si imparava solamente a leggere, scrivere e far di conto. Ne è passata di acqua sotto i ponti dalla Riforma Gentile del 1923 e tanti sono stati i cambiamenti e le riforme che hanno trasformato gli strumenti, il linguaggio di fare a scuola ed il rapporto tra alunni ed insegnanti.

Si pensi ad esempio al materiale interattivo che oggi gli studenti hanno a disposizione dove anche lo studio dei classici assume un nuovo slancio grazie ai video od ai testi multimediali. I nativi digitali infatti sono diversi dai “figli di Gutemberg” perché esposti sin da piccoli, alle tecnologie e questo dato non può assolutamente essere ignorato dalla scuola.

Ma l’istituzione scolastica deve anche essere osservata nel contesto in cui opera, ovvero tenendo conto delle specifiche caratteristiche della società odierna. E anche la scuola quindi, come le altre istituzioni di cui la società è dotata, deve farsi carico delle sue responsabilità, deve far si che i giovani siano in grado di inserirsi al meglio nella società in cui vivono.

Però come abbiamo detto lo Stato non destina molte risorse economiche alla scuola. Quindi come fare per sopperire a questa carenza di competenze, metodologie e organizzazione? In che modo è possibile aiutare i ragazzi ad imparare ad inserirsi nella società, ad affrontare non solo il mondo del lavoro ma anche a diventare consapevoli dei problemi, delle contraddizioni e delle manipolazioni? Com’è possibile aiutarli a costruire quindi quello sguardo critico sul mondo?

Per affrontare le molteplici complessità e fare in modo che i ragazzi abbino quegli strumenti critici che gli permettano di orientarsi nel mondo è necessario che ci siano dei nuovi approcci all’istruzione. Ed è pur vero che quella scolastica non è l’unica esperienza formativa, tuttavia è quella maggiormente deputata a essere progettata e realizzata per dare un senso all’eterogeneità delle esperienze vissute dai bambini.

Per questo quindi “la buona scuola” non può essere definita solo una riforma scolastica, bensì un nuovo approccio all’apprendimento.

Ma con la modernizzazione le famiglie, la chiesa, la scuola hanno perso la propria centralità e pertanto l’istituzione scolastica deve necessariamente considerare il territorio in cui opera come una risorsa formativa fondamentale e riconoscere le associazioni come elementi essenziali ed attivare proficue relazioni di collaborazione e di scambio.

Il Centro Socio-Culturale “Piazzetta Durante” di Frattamaggiore è uno dei servizi territoriali dell’organizzazione no-profit Cantiere Giovani sparse sul territorio a Nord di Napoli che, non solo propone interventi socio-educativi e culturali a quei soggetti considerati a rischio di esclusione sociale, ma si propone anche come supporto scolastico.

Da aprile a giugno 2018 infatti in collaborazione con l’Istituto Superiore “Bruno Munari” di Acerra, l’Istituto comprensivo “Novio Atellano” e il comune di Frattaminore ha sviluppato un percorso socio-educativo di formazione per 50 alunni del “Bruno Munari”, e di inclusione scolastica e sociale per 20 alunni della “Novio Atellano”.

Ma facciamo un po’ di chiarezza sul significato del progetto dell’ASL (Alternanza Scuola Lavoro) che deve essere considerato come una modalità di collegamento tra la scuola ed il mondo del lavoro, una sorta di opportunità di apprendimento in situazione lavorative. Uno strumento individuato dal Governo per ridurre il disallineamento tra mondo del lavoro e mondo della scuola, ovvero tra domanda e competenze acquisite.

«La difficoltà – mi spiega Pasqualino Costanzo responsabile de “Piazzetta Durante” – è far accettare ai ragazzi l’alternanza non come una imposizione. Per loro questo tempo “impiegato” in attività esterne a quelle prettamente scolastiche risulta essere limitativo per lo studio e per lo svago. L’alternanza non è stata introdotta in modo graduale e anche i docenti non hanno ricevuto delle specifiche direttive per cui ci troviamo di fronte continue opposizioni».

E come ogni cambiamento, anche il progetto ASL ha portato la sua buona dose di disorientamento. «È indubbio che la scuola abbia questa necessitàafferma Pasqualino – ma l’alternanza ha occupato in modo “diretto” gli spazi di altri progetti quali i PON ad esempio (istruzione.it/pon/ilpon) che sono diventati una ripartizione di un surplus economico perché spesso non viene utilizzato per contrastare fenomeni di dispersione scolastica o carenze cognitive».

L’alternanza si è quindi imposta a “gamba tesa” creando non poco sconcerto tra gli educatori che si vedono “costretti” a svolgere altra mansione lavorativa e dare vita ad attività ibride tra l’Alternanza ed i PON.

Che rapporto si crea con gli Istituti con i quali collaborate?
«Il lavoro è complesso e siamo ancora in una fase sperimentale; abbiamo coinvolto al progetto solo alcuni istituti scolastici come il Liceo Classico e Scienze Umane, il Liceo scientifico di Frattamaggiore e il Liceo scientifico-artistico di Acerra ciò per evitare complicanze di gestione».

Quali sono le dinamiche adottate per il fare Alternanza?
«Il nostro obiettivo è quello di far sviluppare ai ragazzi delle competenze attraverso le attività lavorative ovvero riflettere sulle attività, assimilarle e trasferirle in altri contesti. Solo così è possibile seguire quel percorso che parte dalle conoscenze per approdare poi alle abilità ed alle competenze. E nell’ambito lavorativo ciò è plausibile attraverso il fare, attraverso la sperimentazione delle varie dimensioni del lavoro: complessità, ostilità e gerarchia.

Siamo una organizzazione socio- educativa ed il percorso teorizzato è prettamente in questo ambito. Negli ultimi tre anni abbiamo strutturato dei progetti dove i ragazzi hanno avuto la possibilità di conoscere strumenti, obiettivi e metodi per diventare poi loro stessi operatori di supporto. Nell’ultima fase, ossia al quinto anno i ragazzi sono stati impegnati nella progettazione fino ad operare in modo autonomo in modo da avere una certificazione di intraprendenza, cooperazione ed autonomia lavorativa».

Trasformare delle criticità territoriali come quella della non apertura pomeridiana delle scuole in opportunità di fare Alternanza,certamente è da ritenersi una valida soluzione.
«Si certo, si deve cercare di far vivere ai ragazzi la scuola non come un parcheggio. Coloro che non producono perché sono contro la scuola sono da considerarsi dei “dispersi” in ambito scolastico e devono essere recuperati perché l’istituzione scolastica deve garantire un percorso didattico. Abbiamo quindi fatto in modo che con il peer-to-peer, i ragazzi delle superiori utilizzando metodi di educazione non formali accompagnassero gli studenti delle medie al termine del loro percorso. L’approccio gli argomenti, senza imposizione introdotti da un coetaneo permette una cooperazione e condivisione delle problematiche».

“La buona scuola” quindi non è solo quella che deve insegnare a leggere, scrivere e far di conto bensì quella che fornisce competenze adeguate ed in grado di condurre gli adulti di domani all’analisi, alla comprensione ed alla gestione delle attività. Avere quindi quelle capacità di adattamento che la modernità, la globalizzazione richiede, possedere quella capacità di riflessione sulle complessità del mondo.

L’obiettivo principale della scuola è quello di creare uomini che sono capaci di fare cose nuove, e non semplicemente ripetere quello che altre generazioni hanno fatto.

Jean Piaget

di Angela Di Micco