L’allunaggio nel ’69: siamo rimasti sulla Luna?

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Era il luglio del 1969 quando la popolazione mondiale si fermò, col fiato sospeso, per assistere al grande spettacolo dell’allunaggio.

In un clima civile e internazionale, dilaniato dai conflitti mondiali e dalla cosiddetta “Guerra Fredda”, la missione spaziale Apollo 11 segnò la storia portando i primi uomini sulla luna. 

Neil Armstrong, uno dei tre uomini che ha toccato il suolo lunare, così commentò quel momento dell’allunaggio:“un piccolo passo per un uomo, ma un salto gigante per l’umanità”, esprimendo con profonda convinzione l’enorme svolta che un tale evento segnava a livello planetario.

Tutto quello che in quegli anni era appartenuto alla fantascienza, improvvisamente, diventava realtà. Il sogno di un progresso che squarciava con bagliore folgorante la grigia storia costituita da scenari tutt’altro che incoraggianti, riprendeva, a pieni polmoni e sembrava, finalmente, essersi materializzato, portando con sé un nuovo respiro di rinascita. 

Si susseguono, in questi giorni, in occasione del 50° compleanno di tale impresa, numerose celebrazioni e  festeggiamenti. Le radio, le tv e la stampa, parlano del “MoonDay”, giorno dedicato a quel lontano (ma così vicino!) 20 luglio in cui sarà ricordato, mediante un ventaglio nutrito di trasmissioni e dibattiti, quel fatidico momento.

Sarebbe bello, in questa occasione, provare  ad unire a una così giusta atmosfera di festa e orgoglio, una qualche riflessione capace di farci fermare e guardare l’evento storico dell’allunaggio in una prospettiva leggermente diversa dal solito. Tutto questo per essere in grado di curvare la nostra riflessione sull’uomo, sulla civiltà e per poter analizzare come, quello che da più parti è stato definito come la chiave di volta del progresso astronomico e scientifico, abbia consentito o meno ad ogni singolo individuo e a intere popolazioni di fare dei passi in avanti. 

Il rischio che si corre soprattutto di questi tempi, è infatti  celebrare qualcosa del nostro passato senza tener conto che, in fondo, in quel passato ci siamo rimasti.

La storia, come sua prerogativa, chiede sì di celebrare la ricorrenza di certi eventi perché la memoria non si affievolisca, ma al tempo stesso interpella,  impone di fermarsi e riflettere per verificare come, ad esempio in questo caso, un’operazione simile di così profondo livello conoscitivo abbia smosso ogni popolazione a oltrepassare quella coltre di mediocrità che vige, il più delle volte, indisturbata a lasciar vittime a destra e a manca.

L’ingegno e lo sviluppo scientifico hanno contribuito davvero a dare alla nostra società un volto nuovo, più meritorio e assolutamente lontano da ogni forma di ingiustizia e discriminazione? La celebrazione del 50° anniversario dell’allunaggio, può andare di pari passo con la considerazione e la celebrazione di un’umanità sanata e che ha saputo progredire, sia in senso temporale che morale?

Risuonano prepotenti le parole del discorso che il pontefice di quel periodo – Papa Montini – tenne pochi giorni dopo lo straordinario evento.  Dopo aver richiamato la brillante riuscita della missione, osò concentrare la sua attenzione sulle meravigliose capacità donate all’uomo dal suo Creatore e sull’esigenza a canalizzarle verso una crescita comune.

In caso contrario, sarebbero esse stesse risultate deleterie, provocando una sorta di follia che, come conseguenza, sarebbe scaturita in una mortale idolatria dell’individuo, in cui  ogni soggetto, più che ricercare il cammino di un bene comunitario da costruire, si sarebbe limitato a considerare i propri bisogni e le proprie sole esigenze. 

Il richiamo del papa era indirizzato a coltivare una bontà d’animo tanto grande quanto più forte sarebbe stata la potenza delle macchine.

Era ed è un monito, ancora oggi, a rifiutare un imbarbarimento che, facendo festa a degli eventi, dimentica che nulla mai è stato migliorato e che niente è cambiato. Un invito così attuale da far rabbrividire dinanzi a una così sorda società.

Una voce che, pur risultando flebile, contiene tutta la reale tristezza che troppo poco si è fatto in tal senso, da quel momento fino ad oggi. Un progresso che non ha tenuto sempre conto della persona e che, piuttosto che educare a costruire, ha reso abilissimi a demolire. 

Parole, quelle di Montini,  che scardinano una cecità personale e collettiva scambiata per bene comune. Un auspicio, oggi per noi, affinché il vero progresso sia fatto di piccoli passi, che ci consentano di rivolgere uno sguardo al passato senza farci dimenticare la necessità di un presente che urla il proprio bisogno di migliorar…si.

di Francesco Cuciniello

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