Allerta rossa, arancione, gialla… è tutta colpa dei cambiamenti climatici?

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Allerta rossa, arancione, gialla: è allerta meteo senza fine in Italia. Bombe d’acqua e nubifragi estremi, così come alluvioni e frane, stanno crescendo di numero e intensità nel nostro Paese, causando sempre più spesso delle vittime. Due morti a Palermo, tre a Bitti in Sardegna, altri due tra provincia di Cuneo e Vercelli. La lista è lunga. Secondo il Climate Rix Index siamo il sesto paese al mondo per vittime provocate da eventi climatici estremi verificatisi dal 1999 ad oggi (19.947) e il diciottesimo per le perdite economiche pro-capite ($ 32,92 miliardi).

Colpa dei cambiamenti climatici, certo, ma colpa anche nostra. La cattiva pianificazione territoriale e urbanistica degli anni passati, il consumo del suolo e l’abusivismo edilizio da un lato, la scarsa attitudine a lavorare sulla prevenzione piuttosto che sull’emergenza dall’altro, rendono gli impatti drammatici.
Abbiamo costruito troppo. Negli ultimi tre anni abbiamo consumato l’equivalente di 6.500 campi da calcio, il che ha portato l’Italia prima in Europa per territorio urbanizzato. Infatti, sebbene la crescita demografica sia praticamente ferma, la cementificazione continua ad aumentare: secondo i dati Ispra, nel 2019 sono nati 420mila bambini e abbiamo consumato 57 milioni di metri quadrati di suolo, come se ogni bambino avesse una culla di 135mq.

Abbiamo costruito dove non si doveva costruire. Il consumo del suolo è avanzato anche nelle zone del Paese a maggiore rischio idrogeologico e sismico: oggi il cemento copre il 16,7% delle aree a pericolosità idraulica media ed elevata e il 5,2% delle zone a rischio frana a pericolosità alta e molto alta. Come evidenza il Dataroom di Milena Gabbanelli, i Comuni a rischio medio, elevato o molto elevato costituiscono il 30% del territorio italiano, dove vivono 7,5 milioni di italiani. Non sorprende quindi che, ad oggi, frane e alluvioni abbiano ucciso migliaia di persone.

Non ci è mai piaciuto prevenire, meglio “rattoppare”. Servono 10.320 opere e 33,3 miliardi per mettere in sicurezza il Paese, ma negli ultimi 20 anni ne abbiamo speso solo 6 e ci sono regioni come Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli, Molise, Sardegna, Trentino e Veneto che non hanno speso nemmeno il 20% di quanto previsto, come scopre Dataroom. L’unica struttura per la prevenzione e messa in sicurezza del territorio nella storia della Repubblica è stata Missione Italia Sicura considerata dall’Agenzia Europea per l’Ambiente una delle tre best pratices della prevenzione in Europa. Dal 2014, ha visto l’apertura (o riapertura) di 1445 cantieri, per un totale di 1.4 miliardi investiti, e la creazione del primo database delle opere necessarie per la mitigazione del rischio idrogeologico. Con il governo Conte I si è tornati alla casella di partenza: la Missione è stata cancellata e le competenze sono state trasferite al ministero dell’Ambiente. I governatori delle Regioni avrebbero dovuto creare delle strutture ad hoc, ma Campania, Basilicata, Molise, Lazio e Umbria non risultano ancora organizzate (Dataroom). In più, con la cancellazione delle Province, le competenze di polizia idraulica per il controllo degli argini dei fiumi non sono state più riassegnate.

Siamo sempre in ritardo. In Italia per la realizzazione di un’opera di importo superiore a 100 milioni occorrono in media 11 anni. Questo spiega il fatto che il bacino del Sarno, dopo 22 anni dall’alluvione in cui 160 persone persero la vita, non è ancora stato messo in sicurezza. Così come le acque del Seveso a Milano o il M.O.S.E di Venezia che aspettano da 40 anni. Le procedure sono molto lunghe, lo sappiamo (attivazione dei bandi, aggiudicazione, realizzazione, controlli in itinere ed ex post, contestazioni amministrative e giudiziarie) e la scarsezza delle competenze amministrative locali, soprattutto dei piccoli Comuni di certo non è d’aiuto. A ciò si somma un ritardo politico, dovuto all’incapacità (e all’autarchia) delle amministrazioni di trovare accordi per azioni condivise e di lungo termine. Intanto, il Seveso e l’Arno continuano a esondare, la Liguria e il Piemonte a essere flagellati dalle alluvioni, Venezia ad essere sott’acqua, Napoli ad avvallarsi e spaccarsi in due.
I soldi ci sono, ma li usiamo male. Erasmo D’Angelis, ex direttore di Italia Sicura, ha messo in fila tutti gli stanziamenti effettuati a seguito di alluvioni e frane dal 1970 ad oggi e ha calcolato l’equivalente di 175 miliardi di euro, quando ne sarebbero bastati, ricordiamolo, 33 mila per mettere in sicurezza il paese. I soldi non mancano, insomma: 11.3 miliardi sono già nelle casse dello Stato tra quelli stanziati dal governo Renzi e governo Conte, cui si somma la possibilità di accedere al Recovery Fund. La “Protezione dell’ambiente e la mitigazione dei rischi idrogeologici e sismici” è una delle priorità del Governo nella bozza delle linee guida del Recovery Plan per l’utilizzo dei 209 miliardi di fondi europei. Una buona opportunità, se approvata. Ma i fondi europei da soli non possono cambiare le sorti del territorio se non accompagnati da azioni concrete, ordinarie e di lungo periodo. La natura va avanti, non aspetta di certo i nostri comodi e gridare “allerta meteo” non è la soluzione.

di Giorgia Scognamiglio

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N° 213 GENNAIO 2021

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