Allarme racket e usura: a Napoli attivo lo sportello di solidarietà della FAI

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All’interno di questo numero di Magazine Informare troverete anche una brochure inerente il “nuovo” Sportello di solidarietà della FAI, un vero e proprio punto di riferimento per tutti coloro che ancora oggi faticano a denunciare fenomeni di usura e racket. Fare rete è la base di questa federazione di associazioni, e con il suo Presidente, Luigi Ferrucci, abbiamo deciso di approfondire quelle che sono le potenzialità di questo nuovo servizio.

Cos’è lo Sportello di Solidarietà e di cosa si occuperà?

sportello solidarietà fai«Lo sportello non è una novità, ma noi abbiamo sempre svolto questo tipo di attività, da oltre 30 anni. L’unica differenza è che ora usufruiremo di alcuni fondi PON. Il primo sportello fu introdotto nel 1996 a Roma, ma ora con queste nuove risorse possiamo avvalerci di nuove figure professionali, 2 commercialisti, 2 psicologi e degli avvocati. L’obbiettivo è dare assistenza alle vittime (e potenziali) di racket e usura, l’idea è quella di non lasciare nessuno da solo, chiunque può rivolgersi a noi tramite i recapiti o presso la sede della FAI a Napoli. Troverà sempre dei colleghi, perché qui siamo tutti, o quasi, operatori economici che in passato hanno vissuto episodi del genere e che possono per tal motivo immedesimarsi ed aiutare il soggetto che denuncia. Da quel momento in poi inizia tutto il percorso di assistenza, da quella legale a quella psicologica».

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Che momento storico stiamo vivendo?

«La pandemia come sappiamo ha creato una crisi economica e sociale molto forte. Sono tantissime le persone in difficoltà e potenzialmente esposte al rischio di doversi rivolgere agli usurari. Questo progetto non prevede la prevenzione dell’usura e quindi abbiamo deciso di attivare, tramite un protocollo ufficiale con l’Ambulatorio Antiusura di Roma, che si occupa di fondi di prevenzione dal 1996, una collaborazione che ci permetterà di assistere coloro che si trovano in situazioni di indebitamento».

Vi risultano discrepanze nelle varie zone d’Italia?

«Siamo in centinaia a costituire la “Rete FAI” ma restiamo comunque un’avanguardia, perché coloro che denunciano risultano sempre molto pochi, e ciò ci deve indurre a porre delle domande. Non c’è una disparità territoriale ma c’è grande carenza di denunce un po’ in tutto il Paese, soprattutto se si considerano i territori in cui la presenza mafiosa è nota e testimoniata da tempo. Noi siamo e vogliamo essere gli anti-eroi per antonomasia, perché erigere a eroe chi denuncia è decisamente sbagliato. L’eroe è per sua definizione inarrivabile, mentre noi siamo una rete ben più che concreta. L’unico potere che vorrei è quello di riuscire a regalare all’imprenditore, vittima di estorsione, quel senso di liberazione e ripresa di dignità che si prova denunciando».

cantone fai sportelloUsura e racket sono fenomeni che da sempre rappresentano una vera e propria piaga della nostra società. Tanti i soggetti che negli anni si sono visti privati della propria libertà e dei propri sogni imprenditoriali, un fenomeno troppo spesso ignorato, come fosse polvere sotto un tappeto. Associazioni, come la FAI Antiracket, nascono con l’obbiettivo di sollevare finalmente quel velo di omertà e aiutare tutti i cittadini onesti che hanno scelto una strada ben precisa e chiara…quella della legalità. A tal proposito abbiamo intervistato Salvatore Cantone, presidente della FAI Antiracket di Pomigliano, nonché ex vittima di racket.

Qual è la storia di Salvatore Cantone?

«Io sono un imprenditore, faccio impianti elettrici industriali dal 1990.
Avevo una società con mio fratello, lavoravamo per il gruppo Fiat, appalti pubblici, ma non in Campania. Abbiamo avuto una richiesta di estorsione nel 2006, all’inizio ho pagato una somma pari a 1500 euro, dopo poco ho iniziato a rifiutarmi e nel giro di qualche giorno abbiamo ritrovato il nostro capannone vuoto.
Ho deciso di denunciare e sono stato totalmente isolato, anche l’azienda ha chiuso perché mio fratello non condivise la scelta. Successivamente ho conosciuto Don Peppino Gambardella e con lui nel 2018 è nata la sede FAI di Pomigliano d’Arco.

Come è stata accolta questa iniziativa dalla cittadinanza nei primi mesi di attività?

«Inizialmente era un problema di mentalità, noi eravamo considerati dei traditori. Nel 2019 abbiamo fatto una marcia in memoria di Don Peppino Diana, eravamo 200 persone. Negli anni le cose sono fortunatamente cambiate, abbiamo fatto progetti nelle scuole, riformato le coscienze, ed oggi puntualmente siamo circa 5.000 persone».

Attualmente quali sono gli scenari a Pomigliano?

«Qui non si tratta della stessa camorra che ritroviamo a Giugliano, Frattaminore ecc. Qui c’è la camorra della droga, ci sono interessi nella politica, nell’imprenditoria, nella pubblica amministrazione e purtroppo sono presenti anche corruzione e racket delle pompe funebri. Io faccio sempre un appello ai cittadini, ed è quello di denunciare, perché oggi chi denuncia non è più solo. Oggi chi sceglie di non denunciare è perché ha altri interessi».

Ci sono state segnalazioni in tempi recenti?

«Grosse denunce non ne abbiamo, l’ultima risale al 2019. In quel processo paradossalmente l’ex sindaco di Pomigliano non si costituì nemmeno parte civile, nonostante le vittime fossero due imprenditori della zona. Quando un’amministrazione non si costituisce parte civile in un processo di camorra, e si parla di due commercianti riconosciuti, per me rappresenta un fatto gravissimo. La FAI si costituisce parte civile ogni qualvolta si presentano processi eclatanti o vengono coinvolti soggetti che noi assistiamo. Fortunatamente con l’attuale amministrazione abbiamo un protocollo d’intesa (era in vigore anche con la precedente), vari progetti, e inoltre, in caso di processi di camorra, il comune è affiancato dai legali della FAI. Abbiamo infine promesso di promuovere il consumo critico in città».

Il Covid ha in qualche modo cambiato gli scenari?

«L’estorsione è presente nell’edilizia, ma si sono rafforzati molto i fenomeni di usura e indebitamento, gestiti in parte dalla camorra e in parte dai colletti bianchi. Vorrei ricordare che oggi però esistono fondi dello Stato per non far andare le persone sotto usura, quindi denunciassero senza esitazione».

Esistono ancora dei clan?

«I clan non sono più quelli di una volta, ma chi nasce camorrista muore camorrista. Anche se non si ammazzano più le persone, certi soggetti incutono ugualmente timore, anche a distanza di anni o generazioni».

Cosa scatta nella mente di una vittima di racket o usura?

Inutile negare la paura, io personalmente ho denunciato perché non volevo comandassero a casa mia e diventare loro schiavo poi. Chi è vittima di usura fa fatica a denunciare perché vede nell’altro soggetto (colui che gli presta i soldi) un amico, senza capire però che allo stesso tempo lo sta ammazzando. L’unico modo per uscirne è la denuncia. Denunciate e riprendetevi la vostra libertà, la vostra dignità di persona, il diritto di vivere da onesto cittadino. Noi siamo a vostra disposizione sempre, ma dovete denunciare».

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°227 – MARZO 2022

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