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Affrontare argomenti scomodi, tal volta parecchio difficili, ma rivestirli di un velo di ironia non è cosa da tutti ma Andrea Rossi, noto come Alici come prima, ci riesce e anche piuttosto bene. Conta più di mezzo milione di follower tra Facebook, Instagram e Youtube, proprio per questo risulta quasi impossibile non aver visto almeno uno dei suoi contenuti. I video d’inchiesta così come i più esilaranti dove si diletta nello scoprire il linguaggio dei napoletani del terzo millennio hanno creato, tal volta, dei veri e propri fenomeni web regalando momenti iconici.

Nei suoi canali, soprattutto nell’ultimo periodo, hanno trovato spazio alcuni di quei personaggi definiti un po’ trash dal panorama italiano. L’intento è quello di mostrarli sotto una luce completamente diversa, un po’ più umana, e spingere le persone a una sorta di rivalutazione. Il Buon Rossi coltiva la passione per la scrittura sin dalla giovane età, esercitando la sua penna tra i banchi di scuola, diventa giornalista presso il giornalino scolastico per poi crescere e finire tra i redattori del Roma. Nel 2013 decide, dopo aver appreso la notizia dell’incendio alla Città della Scienza, di dare una svolta al suo percorso.

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Perché il nome Alici Come Prima?

«Vorrei ci fosse una storia interessante ma non c’è. Alici Come Prima l’ho creato la notte del 17 marzo 2013, quando ho appreso la notizia dell’incendio della Città della Scienza. Ai tempi scrivevo su un mensile e avrei voluto dire la mia, ma non potevo perché l’articolo sarebbe uscito troppo tardi. A quel punto sentii il bisogno di essere indipendente su quello che avevo voglia di dire. Quella sera creai la pagina, non avevo idee per un nome da dare e ho quindi pensato ad Alici come prima che, in sostanza, sono le persone diventate squali, famosi e importanti, ma che conservano la genuinità come quando erano piccoli».

Frequentavi l’università e poi hai aperto il canale, i tuoi come l’hanno presa?

«Quando ho cominciato non era ancora così tanto di moda il web quindi spaventava tutti, compresi i miei genitori. Essendo poi figlio di un’insegnante, sono stato cresciuto con l’idea del posto fisso. Quando studiavo il canale andava nettamente meglio del mio percorso universitario; la laurea, in fin dei conti, l’ho presa per accontentare mamma».

Come avviene il processo di scelta e pubblicazione dei video? Ti muovi da solo?

«Sono assolutamente autonomo nelle mie decisioni nonostante abbia alcuni collaboratori. La mattina guardo le notizie e se qualcosa mi colpisce decido di approfondirla. Oppure, se mi appassiona qualche personaggio come Matty il Biondo o Marco Giordano semplicemente seguo il trend del momento».

Com’è andata con Le Iene, com’è stata l’esperienza?

«Ci sono arrivato smentendo un loro servizio, quello della Blue Whale, dopo una decina di giorni mi contattò in pagina con un profilo falso Davide Parenti che all’epoca non sapevo fosse il capo progetto de Le Iene, quando l’ho scoperto non credevo fosse realmente lui. Mi lasciò il suo numero e mi disse di chiamarlo, pensavo fosse uno scherzo ma, grazie a una collaboratrice chiamai. Parenti esordì con: “Ho passato una settimana intera a risolvere i problemi in cui mi hai messo, bravo. Se sai fare queste cose, voglio che tu le faccia per me, ti andrebbe di lavorare a Le Iene?”. A quel punto gli risposi che era “solo” il sogno della mia vita. Una volta arrivato a Milano è stata abbastanza dura. Ero arrivato smentendo un loro servizio, il capo mi aveva messo lì, loro avevano dovuto lottare per entrare a far parte della redazione. Col tempo poi le cose son cambiate, lì ho vissuto il sogno. Condividevo la stanza con Viviani, Nadia Toffa, Golia. Ricordo un servizio sull’Afro Napoli: l’avevo proposto il lunedì alle 13 e, una volta approvato, sono venuto a Napoli per girarlo e il martedì alle 21:10 era in onda come primo servizio della puntata. Ho deciso di lasciare per vari motivi ma quell’esperienza mi è valsa come palestra di vita».

Dopo il percorso a Le Iene, il tuo approccio è cambiato molto

«Il mio approccio verso le persone è cambiato grazie alle Iene e lo stile è migliorato, ma solo perché non volevo ritornare a fare solo lo stupido. Il mio obiettivo è sempre quello di raccontare la verità a 360° senza però far mancare gli elementi ironici che mi contraddistinguono come la battuta fuoricampo o momenti in cui si sdrammatizza».

Nei mesi di pandemia hai proposto un nuovo format

«Tre mesi per dimagrire è stato un bel progetto. Nonostante non abbia avuto tantissime visualizzazioni, 500 mila in totale, chi l’ha seguito l’ha amato. Sul web non esisteva un prodotto del genere, per noi è stata un po’ una sfida. Il percorso di dimagrimento di Mauro – seguito da Gennaro, il nutrizionista – è stato impegnativo ma divertente. Lui aveva sempre la battuta pronta e, per questo, si è seguito il trait d’union dell’ironia».

di Rossella Schender

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

 

 

 

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