Alfredo Troise: “Dipingo Per di[S]petto”

145
informareonline-alfredo-troise

Alfredo Troise è un personaggio unico  in grado di mettere  a proprio agio l’interlocutore, anche se spesso la sua sindrome lo mette di fronte agli sguardi non sempre comprensivi degli altri.

Ho incontrato Alfredo Troise alla rappresentazione  del “Il cervello irriverente” di Vetrina X in Frattamaggiore – «Sono affetto da Sindrome di Gilles de la Tourette, e non mi sono mai chiesto chi e perché mi avesse mandato questa croce. Ho sempre, o quasi, affrontato a muso duro la sfida. Oggi sono quello che vedete: Alfredo Troise, l’Artista del disagio».  

Dall’età di sei anni ha un’incontinenza motoria e verbale che non è stata da lui considerata una negatività per il suo percorso artistico, anzi è messa in relazione con l’arte che diventa il suo linguaggio per parlare delle distorsioni degli altri su di se.

La sindrome di Gilles de la Tourette prende il nome dal neurologo che per primo nel 1885, la  descrisse. Non è ritenuta una vera malattia anche se la persona con questo disordine presenta comportamenti ricorrenti, involontari del corpo e tic vocali che variano dalla ripetizione di una parola fino all’incoercibile pulsione di pronunziarne di imbarazzanti e volgari.

È una condizione elusiva, proprio come l’arte e quando si espongono le opere di un’artista che ha di queste caratteristiche, si rischia di  ridurlo a quella particolarità.

Quale è stato il tuo approccio all’arte?

«È stato traumatico per i contrasti familiari. Sai spesso per i figli si pensa ad assicurare “o post”, il lavoro sicuro e l’arte non è vista come una fonte di sostentamento. Quando si parla di arte in genere si pensa alle maestranze dell’Olimpo, Michelangelo, Picasso  senza capire che si potrebbe fare arte senza essere famosi. Quando hanno capito che facevo sul serio, si sono arresi tanto che la prossima mostra l’ho intitolata  “Dipingo per Dispetto”».

Quanto ha contribuito il contesto sociale ad alimentare questo interesse?

«Nei miei quadri c’è un soggetto ricorrente: l’occhio che accompagno con il mio aforisma “Quello che dipingo in arte è tutto ciò che ho maledetto per anni”.  Il contesto sociale di Arzano molto vicino a Scampia, Secondigliano  non è facile proprio perché non ha da offrire molto alla gioventù anche se paradossalmente è una fucina di arte.

La società, che solo da pochi anni mi ha riconosciuto  mi ha completamente asfaltato. Si è presa gioco di me, si è girata dall’altra parte, si è volutamente e tranquillamente disfatta di me. Ho masticato la mia gioventù per poi sputarla via, e senza mai arrendermi ho pianto in silenzio di nascosto in quei luoghi dove nessuno potesse scoprirmi. 

Ho sempre visto il mio disagio come prova da superare, e ci sono riuscito. Devo comunque tanto anche ad Arzano, la mia pittura inusuale è data proprio da un contesto inusuale».

Perché questa scelta?

«L’occhio ha uno sguardo dicotomico pronto a redarguire, a eludere, a cercare le ragioni sconosciute a cui non si sanno dare risposte. Gli occhi sono importanti rappresentano la gente che ti guarda, ti giudica e che devi tranquillizzare. È una sorta di lotta psicologica fatta di sguardi. È frustrante stare attenti dagli occhi indiscreti, dai pregiudizi della società verso il diverso. È il mio sguardo indagatore verso la società».

Come definisci le tue opere?

«Non ho una pittura accademica, disciplinata. Io vomito sulla tela, sarà anche per la sindrome. Ad esempio i colori accesi o le esplosioni dei vulcani sono un vomitare un dissenso verso la società oramai depressa, frustrata, insoddisfatta. L’arte è anche una scelta di vita e spesso ti invidiano perché sei “libero” dalle regole sociali».

Per un artista è importante il rapporto con il tempo in cui vive. Qual è la tua visione  di questi anni?

«Anche l’arte si è globalizzata. Se dipingo un corno vengo criticato come se tutto non facesse parte del nostro “io”, come se l’artista dovesse dipingere solo la propria terra o il luogo nel quale è intento a dipingere. Anche le tecniche sono globalizzate, i pittori non sono più originali si tende a “copiare” perdendone di originalità. Attingere non vuol dire copiare».

I quadri di Alfredo sono polisemici. I colori le forme sono scomposizioni della visione oculare, sono la rappresentazione di una quotidianità,una  normalità attraverso “gli occhi”. Sono il racconto di sguardi ossessivi, sguardi negati che da sempre lo hanno  tormentano .

Alfredo cerca  di rappresentare un’ interiorità, e i vortici e gli occhi dipinti non fanno altro che farci abbandonare al nostro “io”più nascosto.

di Angela Di Micco
TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°195
LUGLIO 2019

Print Friendly, PDF & Email