Alexei Navalny

Alexei Navalny non era un eroe della libertà

Ciro Giso 18/02/2024
Updated 2024/03/26 at 10:26 PM
5 Minuti per la lettura

L’ultima volta fu visto ad un’udienza. Scherzava con il giudice: “i soldi stanno finendo, mi dia un po’ del suo enorme salario”. Il giorno dopo è arrivata la notizia: Alexei Navalny, uno dei principali nemici di Putin, è morto. Si trovava in una colonia penale del circolo polare artico, scontando i suoi 19 anni di prigione – condanna confermata ad Agosto 2023, mentre stava già scontando una condanna precedente di 11 anni. Secondo un primo comunicato delle autorità penitenziarie lanciato dall’agenzia di stampa russa TASS, Navalny stava facendo una passeggiata quando si è sentito male, e “non sarebbero bastate le procedure mediche durate più di mezz’ora” a salvarlo.

Avvelenato, considerato terrorista, perseguitato dal regime di Putin e condannato ad un totale di più di 30 anni di carcere, assieme ai collaboratori della sua fondazione. Sono tanti i capi d’accusa per cui è stato reputato colpevole: creazione di un’ONG illegale, finanziamento di gruppi estremisti, riabilitazione del nazismo e incitamento ad atti pericolosi. Il modo in cui il regime di Putin ha trattato Navalny è un metodo ben provato con cui tratta anche numerosi giornalisti e dissidenti politici.

Eppure, stavolta, il nemico del mio nemico non è mio amico. Al contrario della narrazione dell’occidente, che negli ultimi anni ed in particolare dall’inizio dell’invasione totale in Ucraina nel 2022, ha fatto di Alexei Navalny un eroe per la libertà di espressione. Dimenticando molte delle sue idee e dichiarazioni pubbliche che fanno di lui, nei fatti, un mero simbolo della crescente xenofobia e violenza nella società russa.

Dalle alleanze con l’estrema destra all’odio razziale, il nazionalismo di Alexei Navalny

“Russia ai russi”. Navalny partecipava regolarmente alle manifestazioni organizzate dall’Unione Slava, movimento neonazista russo formalmente bandito nel 2010 che fa della negazione dell’olocausto e del nazionalsocialismo la sua linea politica. Tra gli altri organizzatori della russky marsh anche il Movimento contro l’Immigrazione Illegale, il DPNI, noto per le sue violenze contro minoranze etniche, religiose e sessuali.

In un post del 2015, Navalny parla di una “orgia di tolleranza” nei confronti degli islamici e in particolare dell’immigrazione: “L’Europa è costretta ad accettare gli sbarchi, è impossibile fermare l’immigrazione se non sparando”. Chiedendo poi l’introduzione di misure di regolamentazione dell’immigrazione in un’ottica che vede ogni arabo come un potenziale terrorista. Agguerrito contro i musulmani, in un video comparava i musulmani del caucaso a degli scarafaggi sparando ad un attore che indossava la kefyah. Se volessimo srotolare il papiro che è il blog di Alexei Navalny, le testimonianze del suo razzismo e relative analisi non rientrerebbero in un solo libro.

Espulso nel 2007 dal Partito Yabloko per le sue visioni nazionaliste, fondò “Narod”, partito ultranazionalista che si alleò anche col DPNI. In un filmato di diversi anni fa, poi, si vede Alexei Navalny vestito da dentista: i lavoratori immigrati sono visti come delle carie da rimuovere e lui è colui che può “risolvere i problemi” del popolo russo. “Tutto dovrebbe essere rimosso in modo decisivo, con una deportazione”, spiega Navalny, il cui status di “prigioniero di coscienza” fu ritirato da Amnesty International per essere riabilitato solo nel 2021.

Tutti possono cambiare. Bizzarro a dir poco, Navalny ha cambiato numerose volte le sue opinioni, considerando la Marcia come una “forma valida di espressione politica”, tornando però in secondo luogo a criticare i metodi violenti dei gruppi neo-nazisti dicendo che “per farli ragionare bisogna parlargli” per ottenere il loro consenso. Eppure, il leader dell’opposizione russa non è mai stato capace di rimpiangere il suo passato, prendendo pieghe più moderate solamente in funzione di una pulizia generale della sua immagine.

Non è controverso. È solo la contraddizione della narrazione della nostra parte di mondo, che dipinge un nazionalista come eroe liberale. Un amico utile, a prescindere dai suoi ideali, nel fornire una leva contro il nemico comune, oggi russo e domani chissà. Si dipinge il dissidente a nostra immagine e somiglianza solo perché oppositore di un regime nemico e possibile scintilla di un rovesciamento del sistema avversario. Navalny era un dissidente, ma le sue idee siedono assieme a quelle di Putin: dal lato sbagliato della storia.

Di Ciro Giso

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