Alexandria Ocasio-Cortez: “Trattare le persone con dignità rende un uomo rispettabile”

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«Avere una figlia non rende un uomo rispettabile. Avere una moglie non rende un uomo rispettabile. Trattare le persone con dignità e rispetto rende un uomo rispettabile».

Sono certamente queste le parole più impattanti del discorso di Alexandria Ocasio-Cortez, deputata americana famosa per essere la più giovane mai eletta al Parlamento a stelle e strisce. Un discorso diventato virale in pochissime ore, capace di accendere i riflettori sulla tematica troppo spesso sottovalutata della violenza verbale, che diventa ancora più disgustosa quando si mescola al sessismo.

Insulti sessisti

Sono giorni difficili per l’America. La Statua della Libertà continua a benedirla con la sua fiaccola protesa verso l’alto, eppure non riesce a diffondere il suo verbo fra gli uomini. Di donne, neanche a parlarne. Dovrebbero semplicemente essere delle appendici che annuiscono quando lo fanno gli uomini e dissentono altrettanto. Quando non lo fanno, sono etichettabili come disgustose, matte, fuori di testa, pericolose e fottute stronze. Queste le parole che il deputato repubblicano Ted Yoho ha rivolto alla Cortez per una divergenza di opinioni in merito allo stato di tensione che continua a tenere col fiato sospeso l’America, secondo la Cortez imputabile anche alle pessime condizioni di vita della popolazione più svantaggiata.

La stampa e altri deputati del Congresso hanno assistito esterrefatti alla scena, che però Yoho ha ben pensato di minimizzare durante il suo intervento, ammettendo di essere stato un po’ aggressivo ma non in maniera eclatante, perché in quanto padre di famiglia non sarebbe potuto essere violento nei confronti di una donna. Una vicenda che, secondo Ocasio-Cortez, non poteva scemare nel nulla. Sarebbe stato ingiusto nei confronti di tutte le donne che, ad un certo punto della loro vita, si ritrovano a dover fronteggiare violenze simili.

Misoginia e politica

L’intera vicenda è sostanzialmente frutto di un problema culturale, che vede le persone propendere sempre più per la disumanizzazione dell’altro. Lo si scredita come essere umano per far apparire anche ciò che dice e pensa come qualcosa di inutile, da schernire e ignorare. È un atteggiamento ormai di routine, comune al punto da aver quasi creato assuefazione, eppure per la Cortez non è un motivo valido per tacere. Non lo è principalmente perché è inaccettabile che sia un’istituzione importante quale il Congresso americano a tollerare scuse assurde per giustificare un atto di violenta misoginia. Potrebbe scatenare un effetto domino, legittimando di fatto quel comportamento e autorizzando tutti a replicarlo. Non lo è, perché Yoho è l’emblema dell’ipocrisia che molto spesso si nasconde dietro le bandiere delle pari opportunità. Difendono i diritti delle donne per poi offenderle senza rimorsi, fingendo semplicemente di non averlo fatto.

Il fine giustifica i mezzi?

È una vicenda che, oltretutto, permette di riflettere su un’altra questione che altrettanto spesso viene sottovalutata, giustificandola con l’idea che la politica sia una lotta all’ultimo sangue e, come tale, da combattere con tutti i mezzi a propria disposizione, leciti e illeciti. Il classico fine che giustifica i mezzi, di cui Machiavelli non ha mai parlato. E così, screditare e insultare un avversario politico, attaccandolo anche su questioni che con la politica non hanno nulla in comune, diventa tutto parte del gioco. Dovrebbe, invece, essere considerato un modo subdolo per conquistare un podio dal quale presto si scenderà esattamente come si è saliti (o forse in maniera un po’ più dolorosa).

Al devoto padre di famiglia, la Cortez ha risposto «Anch’io sono figlia di qualcuno. […] sono qui perché devo mostrare ai miei genitori che sono loro figlia e che non mi hanno cresciuta affinché tollerassi abusi dagli uomini». Ed è proprio questo il principio più malsano. L’idea, cioè, che dei genitori debbano educare le proprie figlie a non tollerare abusi, anziché educare i propri figli a non abusare. Basterebbe semplicemente un’inversione di prospettive.

di Teresa Coscia

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