Alessandro D’Alatri e il cuore pulsante della regia

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A tu per tu con il regista de “Il Commissario Ricciardi”

Alessandro D’Alatri, classe 1955 regista e uomo di grande professionalità. Ultimamente impegnato nella regia de “Il Commissario Ricciardi”, ma non solo. 

Insomma: una carriera di innumerevoli successi, e Napoli come città del cuore. 

Cosa rappresenta per lei la città di Napoli? 
«Napoli per me è una città di adozione, dopo quattro anni è diventato un luogo della mia vita, ne trascorrerei volentieri altri quattro. Sono entrato nel tessuto umano, culturale e amicale della città con grande naturalitàsenza alcun sforzo. La mia agenda si è raddoppiata di tanti nuovi amici. Come già ti dissi, in tempi non sospetti, la mia passione per la città, non solo è rimasta ma è cresciuta. Lentusiasmo che ho mantenuto per la città, dove mi sento a mio agio. Bisogna essere solo degli insensibili per non comprendere la sua dolcezza, che ha conservato nel tempo pur nella sua contraddizione. Una città di grandi mix culturali, dagli etruschi ai piemontesi, ed ha trattenuto il meglio di ogni passaggio. Una capitale di multiculturalismo oltre che di cultura. La ricchezza drammaturgica che ho trovato a Napoli, il potenziale come parco attori che ho trovato in Campania, oltre tutte le arti come la danza, il teatro, la pittura, la scultura, la poesia. In questo momento penso che Napoli è la capitale assoluta di cultura, senza che altri ne abbiano a male. È una città che mi ha dato tanto, basti pensare che andavo a teatro due o tre volte a settimana, ovviamente anche per lavoro, per verificare gli attori per Ricciardi. C’è un cast di oltre 150 ruoli, sei mesi di lavoro solo per scegliere gli attori, scelta fatta con cura e amore. Mi auguro che il mio amore per la città traspaia dal lavoro fatto e che la città lo comprenda. Anche con gli altri lavori girati a Napoli come In punta di piedi, o I Bastardi di Pizzofalocone due, ed ora con Ricciardi, spero di essere in grado di trasmettere la mia dichiarazione di amore alla città. L’attore Antonio Milo, che interpreta Maione, mi ha definito “napolegno”». 
Una Napoli degli anni ‘30 quella de Il Commissario Ricciardi. Quante le difficoltà, la cura e quali le scelte per ricostruire la città, la scelta dei set, i costumi? 
«Dalle ricerche che ho effettuato, non vi sono film girati, cinematograficamente parlando, di Napoli negli anni 30, tranne i filmati di repertorio dell’Istituto Luce. Napoli, come ho sempre detto, ha la dolcezza di un bambino, e pur nelle contraddizioni mantiene questo sguardo pulito. Gli anni 30 sono quelli di un’Italia ancora vergine, generosa, ingenua, gli anni che hanno preceduto le guerre e tutto ciò che poi ne è derivato nei successivi, dalla ricostruzione, al boom economico nevrotico, le lotte sociali, all’edonismo e tutto il resto fino ai giorni nostri. Gli anni 30 sono quelli dove, in Italia, ancora si crede nella famiglia, nella religione, nelle ideologie contrapposte. Ho cercato di far trasudare, la stessa atmosfera che, nelle pagine di Maurizio de Giovanni viene violentemente incontro a noi. Mantenere il clima, l’anima di quelle pagine, trasmettere ciò che scrive Maurizio, non è stato facile, e spero che al pubblico questo arrivi, è un bellissimo viaggio nell’universo trasversale, negli anni 30 e che traspare dalle pagine. Lo stesso Maurizio, racconta tutte le classi sociali, mette in luce vizi e virtù di quellepoca, ma sempre con quello sguardo infantile. In questo contesto vi è un personaggio, Ricciardi, che non solo vede la vita ma anche la morte. La morte stessa, nella cultura partenopea, fa parte del grande esorcismo della paura della morte. Da Roma in su, il cattolicesimo ha proiettato il terrore della morte, il lutto e il dolore. Napoli, invece, la celebra quotidianamente, basti pensare a Pulcinella, che esorcizza la morte con il cibo. Mangiare per sopravvivere. Per vincere sulla vita. Oppure le capuzzelle , piuttosto che lesoterismo che Napoli possiede, e Ricciardi, pagando un costo altissimo alla sua felicità, vive in una linea di confine, la visione dei morti e del dolore. È stata importante l’intuizione narrativa, il genio di Maurizio. Ricciardi è diventato reale. Ricciardi non è solo un commissario degli anni 30, ma è uno che vede i morti e vive il dolore e non può condividerlo con nessuno, perché rischierebbe di essere ritenuto pazzo. Inoltre, lui come me, non è napoletano ma Cilentano. Ma ha imparato ad amare la città, che lo ha accolto». 
La scelta del protagonista è caduta sull’attore Lino Guanciale, come è stato riconoscere Ricciardi? 
«Ho conosciuto Ricciardi da lettore. Come chiunque altro l’ho incontrato nelle pagine dei romanzi di Maurizio de Giovanni. Non avevo in programma di curarne la regia. Poi mi hanno proposto di essere regista della serie. Ad un certo punto mi sono trovato a percepirlo accanto, era lo stesso Luigi Alfredo che mi raccontava e consigliava. Mi ha condotto per mano. Del resto ogni lettore diventa regista di ciò che legge, nello specifico sono stato io il lettore. Voglio raccontarvi una delle cose strane, accadutemi durante le prime registrazioni della serie. Ero stato invitato a una serata in Cilento, durante il tragitto è scoppiato un temporale ed a un certo punto il navigatore interrompe il segnale, dopo mezzora mi sono trovato davanti un cartello stradale con su scritto Fortino, che è paese nativo di Ricciardi, era il 2 giugno che è il giorno del suo compleanno. Ci siamo fermati tra poche case e in un bar ho chiesto se conoscevano Ricciardi. Non realizzavo se fosse realtà o recitazione. In una sorta di campo metafisico. Lincontro con Lino Guanciale è stato ponderato, ragionato e pensato con i responsabili Rai, con i produttori e altri con cui mi dovevo misurare, in quanto non è un film dautore, ma ho prestato la mia regia. L’incontro con Lino è stato magico, perché lui ha sposato l’anima del personaggio. Se guardiamo a tanti lavori precedenti di Guanciale, tutti di successo, ci rendiamo conto, quanto sia stato straordinario il suo lavoro, in Ricciardi, mettendo sé stesso al servizio del personaggio. Lui è diventato Luigi Alfredo Ricciardi. Con tutte le sue sfaccettature non facili. Ha fatto un servizio straordinario. Mi sono ritrovato Luigi Alfredo in carne e ossa. Ed ho continuato a giocare con lui». 
Le figure femminili, Livia, Enrica, Rosa, che ruotano intorno al Commissario in una situazione di ruoli importanti. 
 «Devo dire che una volta trovato Luigi Alfredo, attraverso i suoi occhi, gli altri sono venuti di conseguenza. I suoi occhi erano le pagine di Maurizio. E grazie al lavoro meraviglioso e alla grande versatilità creativa di Maurizio, dove ci ha raccontato non solo storie, ma vite e con la sua serialità, come con I bastardi, piuttosto che Sara, Mina Settembre o I Guardiani, lui li ha costruiti attraverso una serie di presupposti, diversi tra loro, ma che sono facce diverse della stessa medaglia che è Napoli. Perché sono tutte storie ambientate a Napoli. Potranno cambiare le tensioni, le epoche, gli ambienti ma resta la napoletanità. Maurizio l’ha fatto in un modo straordinario. Per me camminare sopra la rotaia della narrativa romanzata, e le sceneggiature scritte dallo stesso Maurizio. Per un regista, avere le sceneggiature firmata dallo scrittore è una garanzia, dove non c’è tradimento. Posso immaginare la sofferenza di Maurizio a dover ridurre in solo 100 minuti ogni romanzo. Onestamente posso dire che ogni romanzo poteva essere sei puntate. Ogni romanzo è ricco di umanità. Credo che il mio lavoro più complesso, sia stato lasciar trasudare tutte quelle informazioni che durante la riduzione, sono state sottratte. Napoli va respirata, è una città autentica, che ha odori, strepitosa, non è soltanto materica ma ricca di umanità, pur nel suo essere contraddittoria, negativa o positiva ma autentica. Nei miei 4 anni in cui ho vissuto a Napoli, questa umanità l’ho incontrata ogni giorno, dalla mattina alla sera. Con tutte le persone, con cui mi sono misurato e che sono poi diventati legami, al di là del lavoro. Credo che non esistano altre città così. Forse solo al sud. Magari da Napoli in giù. Ad esempio la città di Taranto, che con la sua napoletanità, ha contribuito moltissimo ad accogliere molti set di Ricciardi, ho potuto ricostruire vicoli e sobborghi dell’epoca, una città che è stata costruita dai Borboni, marinara, con gli stessi basalti, i portoni, le radici borboniche e spagnole. Il sud mi ha dato grande gioia. Non è più una questione di amore, se prima Napoli era una città che amavo, oggi è diventata consanguineità». 
Napoli difficile da vivere e lavorare a Ricciardi o semplicemente per viverci? 

«Quando si fa una cosa con amore, il sacrificio rientra a far parte del condimento. Quindi la fatica non è più fatica, la senti fisicamente però senti anche una gioia incommensurabile, Ricciardi mi ha regalato questo, come I Bastardi e In punta di piedi. Sicuramente Ricciardi è stato l’apoteosi. L’avevo detto all’inizio, che Ricciardi sarebbe stato il progetto più complesso della mia carriera. Avevo ragione. Lo è stato, ma mi regalato tanto».

È un momento particolare quello che il teatro e il cinema stanno vivendo per la pandemia, un tempo ibernato e distopico, cosa pensi si potrebbe fare davvero per sanare la situazione e la categoria attori e registi teatrali. 
«Tu sai quanto io ami il teatro, la disattenzione che c’è stata per il mondo e per popolo del teatro, ed io mi inserisco anche come spettatore, non solo per essere del settore, per me è stato un dolore enorme, un silenzio terribile, un non voler guardare, un non voler tenere conto, e una sottovalutazione di uno degli elementi fondamentali della nostra cultura. Il teatro è una forma ancora liquida, di spettacolo e di cultura che non ci si può permettere che sia fermo. Il cinema, pur soffrendo, riesce a trovare una sua soluzione e tra piattaforme e altro va avanti e si ha la possibilità di lavorare. Ma come si può immaginare la vita del teatro che è la diretta, che è l’afflato del pubblico, che è il colpo di tosse nel buio. Senza questo, aver avuto una classe dirigente che non ha considerato questo cosa, come non si è considerata la questione delle scuole. Il teatro è arricchito da tantissime persone, oltre gli attori, che lavorano dietro le quinte, che spesso il pubblico non vede, ma sono fondamentali e svolgono un lavoro di grande professionalità, moltissimi li conosco e sono miei amici, spesso penso ai sacrifici che stanno facendo. Io spero che almeno qualcuno che abbia molta popolarità, e magari crei una coralità che sia fattiva per aiutarli. Io mi ci metto a supporto di queste persone, lo faccio da ape operaia, ma ci vuole qualcuno che sia ape regina, che alzi la voce, gli intellettuali italiani importanti, che servano a trovare una soluzione. La mia vita professionale nasce a teatro e spero che ci sia un futuro migliore per tutto questo». 
Avrei tantissime altre cose da chiederti, ma per ora mi fermo e ti ringrazio per questa bella intervista e per la meravigliosa regia del lavoro fatto per Il Commissario Ricciardi. 

«Io ringrazio te per avermi fatto raccontare di Ricciardi, a cui tengo tantissimo. Inoltre un grazie va a tutte le persone che hanno dato un contributo a questo meraviglioso lavoro, nato dalla bravura e dal genio di Maurizio de Giovanni. Dagli attori, ai tecnici, agli addetti ai costumi, agli scenografi, al trucco e a tutti quelli che hanno reso possibile tutto ciò. Alla città che mi ha accolto, e dove presto devo tornare per continuare dei lavori lasciati in sospeso, questa volta non di regia, ma come tu sai, parlo dei tatuaggi che devo terminare. Napoli a presto rivederci».

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE NUMERO 214
FEBBRAIO 2021

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