Alessandra Carloni e il suo mondo surreale

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Tra tele e street art i suoi viaggi “belli e impossibili”

Oggi Alessandra Carloni si annovera fra i migliori artisti di street art italiani e i suoi lavori riscuotono un interesse sempre maggiore tra il pubblico e la critica. Nei quadri di Alessandra il tema è spesso quello del viaggio impossibile, scopriamo insieme a lei quale potrebbe essere la meta.

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Sono anni che ti dedichi all’arte urbana. Ti definiresti street artist o solo pittrice?

«Principalmente pittrice. È nel mio studio che nascono le idee e i progetti che poi riporto su carta e su tela».

Come gestisci la doppia vocazione, cosa ami fare di più?

«Naturalmente sono due mondi opposti. Con gli anni ho capito che amo fare entrambi, solo che mentre predomina uno, sento poi la necessità dell’altro. In fondo per me, aldilà del tipo di superficie, è necessario esprimermi e so che anche quando i muri finiranno, il viaggio nella pittura e nella ricerca non si esaurirà mai».

Come definiresti il tuo stile. Chi o cosa ti ispira tra passato e presente?

«Il mio linguaggio, lo definirei un mix assoluto di tanti stimoli e memorie diverse, un bagaglio culturale che mi racconta nel tempo, la donna di ieri, oggi e quella che sarà un domani.
Nella storia dell’arte guardo e ho guardato molto alle Avanguardie, specializzandomi nel futurismo.
Ho visto anche molta scuola romana, Mafai, Scipione fino ad arrivare a Pirandello per la pastosità della pittura e i rapporti tonali delle terre e poi Hopper, per la luce e la metafisica del paesaggio. A tutto ciò ho unito il mio amore per i fumetti stile manga, che divoravo quando ero adolescente».

Informareonline-carloniI temi ricorrenti nelle tue opere sono il viaggio e il viaggiatore senza occhi con un ciuffo al vento, chi rappresenta questo personaggio?

«Fondamentalmente potrei essere io, ma potrebbero essere tutti, per questo più che rappresentare un personaggio definito rappresenta una simbologia, la metafora stessa del viaggio in un lungo sogno. Ecco perché il personaggio è senza occhi, per far sì che tutti possano identificarsi e sentirsi dentro quel viaggio».

I tuoi viaggi sono bellissimi e surreali, come quelli del piccolo principe che viaggia di asteroide in asteroide, facendo domande a destra e a manca. Tu cosa cerchi? 

«Come tutti in fondo cerco delle risposte e lo faccio attraverso l’arte pittorica. Un mio viaggio di ricerca in un racconto personale, che poi è diventato il racconto di tutti, soprattutto quando è approdato al muro».

Qual è la riflessione che vuoi suscitare nello spettatore che vi si trova di fronte?

«Forse che la vera bellezza dell’uomo è mantenere viva quest’anima viaggiatrice e fanciulla che si stupisce e si meraviglia di tutto».

Macchine volanti e mongolfiere animano borghi e periferie; con le tue pennellate e i tuoi colori, le pareti grigie diventano luoghi altri, senza tempo. Quale murales ti ha emozionato maggiormente?

«Spesso mi viene fatta questa domanda, ma è difficile attribuire un valore più alto a un’opera rispetto ad un’altra, per il semplice fatto che ognuno ha un proprio racconto, una sua storia, una sua emozione».

I tuoi murales sparpagliati in tutta Italia e all’estero, sono vere opere d’arte. Non ti addolora l’idea che questo tipo di opere non dura per sempre? 

«Forse sì, per alcuni lavori a distanza di anni. In fondo questo genere di arte è transitoria, rapida e rispecchia appieno, come fenomeno artistico, la nostra società contemporanea».

Traguardi raggiunti tanti, artisticamente parlando … e come donna?

«Domanda complicata. Diciamo che quando ci si dedica alla pittura quasi come a un figlio, anche un po’ inconsciamente si fanno delle scelte, quindi mi sento di dire che come donna ancora non ho raggiunto tutti i miei traguardi».

Prossimo progetto? Aspirazioni future?

«Questo è un anno di interventi murali molto intenso fra nord, centro e Sud Italia, sono già all’undicesimo intervento murale e si presenta davanti a me un’estate piena di spostamenti continui e operazioni di arte urbana su territori diversi.
Sto anche preparando una mostra ancora da definire nel dettaglio che rappresenta il mio ultimo ciclo intitolato: “Maschere Urbane”. Una riflessione molto particolare in questo periodo di pandemia che ci ha sconvolto, visto come un lungo itinerario nelle città italiane, attraverso la presenza della maschera come antitesi alla mascherina attribuita al contagio, con cui questa volta camufferò il mio personaggio esploratore giocoso».

di Fernanda Esposito

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE 

N° 219 – LUGLIO 2021

 

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