Aldo Putignano: «Siamo in crisi, ma guardiamo oltre»

Aldo Putignano, napoletano classe 1971, scrittore e docente di scrittura, è il coordinatore di Homo Scrivens, la prima compagnia italiana di scrittura nata nel 2002. Ma Aldo Putignano è anche un autore ed editore di rara umanità e sensibilità.

Da un’aula della Fondazione Humaniter, che accoglieva fino a 50 persone, dove teneva i corsi di scrittura, Aldo percepì chiaro il disagio di molti scrittori emergenti, a cui la grande editoria negava ascolto, e che troppo spesso si vedevano costretti a affidarsi a piccoli editori che facevano richieste di contributi in danaro sotto forma di richieste d’acquisto copie, in una sorta di editoria a pagamento.
Nel 2012 la compagnia si è trasformata nella casa editrice Homo Scrivens, una realtà che segue il motto “I libri sono la forma delle idee”. La Homo Scrivens, nel settore editoriale ha creato dei significativi cambiamenti, offrendosi prima come mediatori poi come editori, lavorando moltissimo sulla scrittura e continuando l’impegno in forma autonoma, e condurre testi e autori all’attenzione diretta del pubblico.
Assumendosi, così, la responsabilità di portare avanti tutto quel che hanno costruito, diventando casa editrice e stimolando il dialogo con altri editori affini, a partire dalla Campania, come per PEN, poi confluita in ACE, l’Associazione Campana Editori.
Cosa vuole dire essere editore oggi, in un mondo travolto dalla pandemia?
«Un libro è di per sé un simbolo di resistenza: dà materia e forma alle idee, e le protegge e veicola nel tempo.
Tutta la nostra attività ha risentito e risente della crisi, ma non abbiamo perduto la capacità e la voglia di guardare oltre.
E in un mondo che cambia, il libro è rimasto sempre uguale a sé stesso, suffragato ma mai travolto dal progresso tecnologico, insuscettibile di modifica: il libro elettronico offre nuove possibilità di fruizione del libro, non lo sostituisce. Nonostante le difficoltà commerciali, il nostro lavoro dunque non è cambiato, e in questa seconda ondata, leggere che le librerie resteranno aperte anche in zona rossa, dato il valore essenziale del libro, ci ha dato molta forza.
La scelta di mettere su la casa editrice indipendente Homo Scrivens, di farlo senza chiedere danaro agli autori, dando la possibilità di realizzare un sogno a tanti, da cosa nasce?
«Nasce dalla nostra attività di scrittori, dall’aver provato su di noi le difficoltà e le insidie del mercato.
Noi per primi ci siamo concessi un sogno, ne siamo consapevoli e sperimentiamo ogni giorno quali difficoltà comporta, ma è per noi l’unica strada percorribile. Un editore a pagamento non è un editore, può essere nella migliore delle ipotesi una tipografia con servizi editoriali: la differenza è importante».
Come si riconosce un romanzo valido, come scrittori che possano essere i nuovi Camilleri, de Giovanni, Sepúlveda o Fallaci?
«Il valore di uno scrittore lo decreta il tempo, ma un romanzo valido è sempre facilmente riconoscibile. Basta non chiudere gli occhi, non affidare il pensiero critico alle mode o delegare qualsiasi giudizio artistico in virtù di presunte leggi di mercato.
Quando ti arriva un testo di un livello più alto te ne accorgi subito, uno scrittore sa comunicare attraverso le sue opere, poi però devi decidere se rischiare, perché una cosa è il valore letterario di un testo, un’altra la sua spendibilità. Quando capita poi di ritrovarci entrambi allora è una fortuna, quella sì. Io ricordo bene quando Maurizio de Giovanni mi portò i suoi primi dattiloscritti: era uno sconosciuto, allora, ma era già uno scrittore, non ci voleva chissà che arte per capirlo e la cosa più emozionante che mi resta è stata la gioia nel leggerlo».
Da anni con Giancarlo Marino tiene un corso di scrittura creativa, quando riconosce il talento in uno dei suoi corsisti, quali sono i consigli che sente di dare?
«Uno solo: nessuna scorciatoia. Talento è una parola ignobile, demarcava una moneta, non certo una virtù dell’animo o cose del genere. Qualsiasi predisposizione va allenata, in qualsiasi campo, e per chi vuol far questo mestiere non c’è allenamento migliore che leggere e confrontarsi, sempre.
Occorre esercizio continuo, lavorare su ogni parola, perché chi si accontenta si priva di qualcosa. In un laboratorio cerchiamo di predisporci alla pratica della scrittura, ma è solo l’inizio di un percorso individuale».

di Anna Copertino

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°212
DICEMBRE 2020

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