La storia di Alaa Arsheed è un mix di tenacia, dolore e coraggio.

Alaa, dalla città di Suwayda, è un brillante violinista siriano con l’arte nel sangue. D’altronde per Alaa l’arte, come la musica, è una passione che coltiva insieme alla sua famiglia grazie alla galleria d’arte Alpha, ubicata nella sua città d’origine. A causa della guerra Alaa decide di scappare in Libano dove vivrà in dure condizioni, ma senza perdere mai di vista il suo sogno: vivere di arte, vivere di musica. La sua vita cambia non solo grazie alla sua passione travolgente, ma anche grazie all’incontro con Alessandro Gassman, il quale stava girando un documentario per conto di UNCHR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) in Libano. Attraverso un tweet dell’attore, Il centro di ricerca sulla comunicazione “Fabrica” viene a conoscenza della storia di Alaa e decide di produrre il suo primo album “Sham”, otto brani che ripercorrono la sua vita. Alaa è un uragano di emozioni, al telefono riesci a sentire la sua voglia di fare e gli ideali che hanno sempre mosso la sua vita. Mi perdoneranno gli “Dèi” del giornalismo, ma tengo a ringraziare direttamente Alaa perché è riuscito a ritagliare del tempo mentre a Suwayda (dove si trova la sua famiglia) è in corso una situazione estremamente delicata. La sua forza è un inno al coraggio per tutti i giovani che hanno come parola d’ordine “non ce la farò mai”, la testimonianza di Alaa costringe a crederci. Sempre.

Alaa, ci parli della tua vita in Syria prima della guerra e della galleria d’arte AlphaArt?

«Sono cresciuto circondato dall’arte e dalla natura in una famiglia amorevole. Io e mio fratello (Haian) e le mie due sorelle (Marwa e Kinda) siamo musicisti con un grande amore per la musica. Mio padre e mia madre ci hanno sempre incoraggiato e sostenuto a diventare musicisti e, a un certo punto, noi quattro siamo diventati un quartetto d’archi. Suonavamo e ci esercitavamo insieme, io e Kinda al violino, Haian alla viola e Marwa al violoncello. La casa era piena di vita e la nostra musica trovava la sua strada in tutte le stanze. La mia seconda casa era Alpha, il progetto dei miei genitori: una piattaforma per l’arte e un accogliente caffè con una biblioteca. Era una galleria d’arte dedicata alla presentazione dell’arte araba, dalla tradizionale alla contemporanea. La sua funzione è stata chiaramente definita come uno spazio alternativo per l’esposizione, la cultura e l’educazione in Swaida, dove abbiamo vissuto. Alpha ha ospitato circa 70 mostre e 100 eventi culturali».

Com’era Suwayda prima e com’è adesso?

«La città è stata fondata dai Nabatei con il nome di Suada. Divenne conosciuta come Dionysias Soada nel periodo ellenistico e nell’Impero Romano, per il dio Dioniso, patrono del vino – la città si trova in una famosa regione antica produttrice di vino. Nel 2011, il sogno di libertà è iniziato in Siria. La galleria AlphaArt è stata presa di mira da un gruppo di fanatici che hanno distrutto le opere d’arte, bruciato i libri della biblioteca e del caffè, ma che per fortuna non hanno raggiunto il deposito. Mi ricorda la storia di quando bruciarono tutti i libri di Ibn Rushd, un attacco alla nostra libertà. Il nostro obiettivo in questo momento è quello di trovare un modo per preservare la collezione e proteggerla da ulteriori danni o perdite. È davvero importante perché fa parte della nostra memoria collettiva come siriani. Niente drammi, non dirò nulla sull’attualità perché in tv si vede tutto: le persone e l’arte sono ancora in pericolo, stiamo lottando tutti».

Quali ricordi hai della tua esperienza in Libano?

«Nel 2011, poco dopo la rivoluzione, sono finito in Libano e come me tanti altri siriani. Ho dovuto lottare per avere la possibilità di fare soldi e sopravvivere. Mi sono esibito in Libano e ho suonato con musicisti che ammiro come Ziad al Rahbani. Ho condiviso le mie capacità musicali con molte persone, grazie a workshop e lezioni di musica. Non è stato facile sviluppare le mie capacità musicali in Libano, questo a causa della sua corruzione. Era difficile sopravvivere in questo caos, così ho pensato di viaggiare fino a quando non ho incontrato Alessando Gassman e ha avuto inizio la mia strada verso l’Italia, con UNCHR e Fabrica».

Come ha cambiato la tua vita l’Italia?

«L’Italia mi ha regalato il mio primo album (“Sham”) prodotto da Fabrica, mi ha sostenuto e mi ha ospitato. Ho sentito l’amore lì. In Italia non mi sento rifugiato, mi sento cittadino. Ho molti buoni amici e loro si sentono come la mia famiglia, abbiamo condiviso tanti bei momenti insieme. Inoltre ho suonato con tanti grandi musicisti e artisti italiani. C’è un progetto che mi è stato molto a cuore: si chiamava SEEDS. Abbiamo viaggiato con un gruppo di musicisti dall’Italia alla Grecia e ci siamo fermati in alcuni campi profughi lungo la strada, condividendo la nostra musica con la gente del posto».

Su cosa si focalizza la tua musica e quali sono i tuoi progetti futuri?

«Voglio mettere insieme le mie tradizioni con le competenze che ho acquisito dalla musica classica. Sto usando uno strumento più tradizionale, la rababa, che combino con musica elettronica. Adopero una fusione perché è questo termine che condensa tanti eventi della mia vita. Poi, io e mio fratello Haian, che ora vive in Olanda, stiamo lavorando alla realizzazione di mostre d’arte con le nostre collezioni della galleria in Swaida, insieme alle opere delle nostre sorelle. Il nostro obiettivo è quello di creare mostre a Milano e Amsterdam, dove potremo suonare di nuovo insieme come quartetto d’archi, io, mio fratello e le nostre sorelle».

Qual è il pensiero che ti dà più dolore?

«Essere con la mia famiglia e con i miei cari».

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In quest’ultimo periodo l’Italia è stata macchiata da fatti di cronaca aberranti, con un unico fulcro: la discriminazione. Che messaggio vuoi lanciare al nostro Paese?

«Siamo nati dopo nove mesi condividendo lo stesso ossigeno e la stessa terra, mangiamo e beviamo le stesse cose, amiamo allo stesso modo, siamo nati per appartenere l’uno all’altro. Questo odio mi rende triste. Se non ci rendiamo conto di essere tutti fratelli, allora la natura sarà devastante e ci ferirà. La cosa più corretta è l’assenza di odio, anche se esiste le persone dovrebbero cercare di ridurre le sue ragioni. Il mondo e la vita sarebbero noiosi se fossimo tutti uguali: immaginate se fossimo tutti musicisti, o tutti pescatori, o tutti giardinieri…. La varietà è che le differenze rendono la vita piacevole e ci fanno divertire».

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di Antonio Casaccio 

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°210
OTTOBRE 2020

 

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