claudio lagomarsini

Un’aspra provincia italiana, un diciottenne che non vuole adattarsi, una manciata di uomini rozzi e sessisti, turbe sentimentali, sbornie, litigi e una tormentata storia familiare: questi gli ingredienti per il romanzo “Ai sopravvissuti spareremo ancora. Il titolo, da solo, già convince. E, a comporre il tutto, aggiungete la maestria di Claudio Lagomarsini, autore del libro, che mescola gli elementi sapientemente e li trasforma in parole veloci e frasi scorrevoli, con un registro curato, che però non disdegna picchi più che colloquiali, animando la storia di emozioni potenti e ricordi che riaprono al dolore. Un esordio notevole, che è valso all’autore la presenza tra le proposte per il Premio Strega 2020. 

Com’è nato il tuo romanzo? 
«È nato in modo quasi esplosivo, per un accumulo di suggestioni sedimentate nel tempo. Negli anni precedenti avevo scritto un paio di racconti ambientati in un mondo di provincia animato da violenze, rivalità e conflitti. Uno dei protagonisti si chiamava Alessandro ed era un “maschio alfa” per alcuni aspetti rivoltante, per altri molto simpatico. Nel racconto veniva descritto dal figlio della sua compagna, un ragazzo sensibile ma un po’ nevrotico. Ho pensato ad Alessandro e a questo ragazzo per diverso tempo, finché nell’estate del 2017 ho iniziato a scrivere e non mi sono più fermato, fino alla prima stesura di “Ai sopravvissuti spareremo ancora”. Alessandro è diventato Wayne, mentre il ragazzo ha preso il nome di Marcello e a lui ho assegnato il compito di raccontarci la propria storia familiare». 

Il titolo è molto duro e di forte impatto: qual è il suo significato?
«Il titolo, come si scopre all’ultima pagina, è un avvertimento scritto su una targa. Ma non vorrei svelare troppo. Mi limito agli elementi chiave: i sopravvissuti e lo sparo. Il titolo potrebbe invitare a chiedersi che significa sopravvivere a qualcosa (a un dolore, a una minaccia) e come si sente chi è sopravvissuto quando è chiamato a rivivere il proprio passato. Poi c’è lo sparo: sparare ai sopravvissuti è un delitto spietato e crudo. Chi legge è invitato, quindi, a considerare questa spietatezza, con le sue ragioni e conseguenze». 

 I protagonisti sono quasi dei sopravvissuti alla propria famiglia: credi che i lettori giovani e adulti possano rivedersi in questo racconto familiare tormentato? 
«La famiglia, anche quando è felice, è sempre un groviglio di sentimenti opposti e di profonde conflittualità. Anche nelle famiglie serene è inevitabile che ci siano delle perdite: qualcuno se ne va, qualcun altro sopravvive. Quella del sopravvissuto è una condizione universale e come tale mi auguro possa stimolare sia i lettori più giovani sia quelli più anziani di me. Se non altro, rivedersi nei sopravvissuti, significa chiedersi qual è il modo migliore per vivere la vita che ci è stata donata, senza rimpianti e rimorsi». 

I tuoi personaggi sono retrogradi e sessisti e si muovono in una periferia patriarcale: pensi che questo scenario sia ancora rappresentativo di alcune parti d’Italia?
«Quasi tutti i personaggi rispondono a questo schema, hai ragione. Mi piacerebbe rispondere che questo tipo di mentalità – maschilista, patriarcale, rozza – appartiene solo al passato. Purtroppo non è così: battutacce e pose maschiliste sono ancora moneta corrente in Italia, e non solo in provincia. Basta accendere la televisione e guardare – dico il primo programma che mi viene in mente – Ciao Darwin». 

Il romanzo è tra le proposte per il Premio Strega 2020: che effetto ti ha fatto saperlo e cosa pensi abbia convinto di più della tua opera?
«Mi ha fatto un certo effetto vedere il mio nome nello stesso elenco che accoglieva autori e autrici come Veronesi, Carofiglio, Parrella… Spero che del mio libro siano passate due cose: le ragioni che lo animavano, cioè il bisogno di raccontare e smontare dall’interno un ambiente asfittico nel quale mi sono trovato invischiato, più o meno direttamente, per una parte della mia vita; e poi la ricerca di uno stile e di una lingua miei, con cui spero di aver convinto lettrici e lettori». 

di Lucrezia Varrella

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