“Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi”. Mai banale la frase incipit del monologo di Rutger Hauer nei panni di Roy Batty, il replicante di Blade Runner, film che ha segnato la storia del cinema diretto da Ridley Scott.

Sono parole che oggi potrebbe pronunciare, senza la minima possibilità di essere smentito, Marco Buttu ricercatore dell’Istituto Nazionale di Astrofisica. L’ingegnere elettronico dalla Sardegna è partito per un’avventura estrema ai ghiacci del Polo Sud, restando per tredici mesi in uno dei luoghi più freddi e inospitali del pianeta: il sito Dome-C nell’altopiano Antartico, dove si trova la base italo-francese Concordia. In queste righe, Marco racconta il suo viaggio ai confini del mondo.
Tredici mesi. Nessuna forma di vita, fisicamente non raggiungibile, temperature proibitive. Il cuore dell’Antartide non è un viaggio di piacere.
«L’Antartide è un continente tutelato dal trattato antartico. Si va solo per fare ricerca. Io e i miei dodici compagni eravamo gli esseri umani più isolati al mondo. Anche in estate, quando ci sono ventiquattro ore di sole continuo non si può andare per un viaggio turistico, la temperatura è di – 45°. Diverso è la costa che invece è visitata da tante persone. Un’esperienza fantastica, poche persone possono viverla, sono stato fortunato. Anche essere italiano è stata una gran fortuna, la base è l’avamposto europeo nell’altopiano antartico ed è gestita da Francia e Italia. Quel posto è qualcosa di diverso dalla vita normale, tante sono le cose che lo rendono speciale».

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“Marte Bianco” è il tuo libro e il tuo diario di bordo. Il momento preciso che ricordi particolarmente più di ogni altro?

«L’arrivo. Sapevamo dove stavamo andando ma quattro ore di viaggio, dalla costa all’altopiano, e vedi un puntino: la base. Atterri sul ghiaccio in mezzo al bianco, non c’è nulla. Né un albero né una casa. Un’emozione incredibile. Un altro momento particolare: l’atterraggio dell’aereo dopo nove mesi di isolamento. A bordo c’erano sedici persone che avrebbero iniziato la campagna estiva. Portarono frutta fresca che non mangiavamo da mesi. Nuovi volti, nuovi profumi. Fantastico».

Covid-19. La natura durante il lockdown si è riappropriata dei suoi spazi. Tu hai visto un cielo unico in Antartide, cosa pensi al riguardo?

«Sono stato in Antartide per il fine 2017 e poi tutto il 2018. Non ho partecipato alla scorsa campagna. Ero in India quando è iniziata la pandemia, dopo poco dal nord del Paese si vedeva finalmente “l’Himalaya” dopo decenni.
Con le nostra attività non solo rubiamo spazio alla natura ma influiamo su ciò che essa sarebbe senza di noi. Il nostro impatto sull’atmosfera, con i gas serra, crea un cambiamento per tutti gli esseri viventi della Terra. L’Antartide è più grande dell’Europa, nel centro del continente non c’è vita, non ci sono virus. Hanno trovato dei batteri che forse sono stati trasportati dal vento ma non si riproducono per le temperature troppo rigide. In inverno toccammo circa – 80° ».

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97 giorni di buio totale, rivedere il sole dopo tutto quel tempo, riesci a trovare le parole per descrivere la sensazione?

«L’ho rivisto una prima volta per trenta secondi. È risorto e subito andato giù. La sensazione forte l’ho avuto una settimana dopo, quando il sole è iniziato a salire un po’ di più. Forse ho pianto quel giorno».

Qual era il tuo compito, come percepivi il tempo, l’Antartide è un’altra dimensione?

«Mi occupavo di progetti di astronomia. In Italia lavoro al più grande radio telescopio del Paese che è qui in Sardegna. Il tempo è soggettivo. Per le persone che stavano sempre nella base, come il cuoco o il medico, forse non si rendevano conto di dove erano. Io uscivo, è stato qualcosa di mistico.
Di ritorno in Nuova Zelanda, sembrava che avessi trascorso una notte in Antartide, la percezione del tempo è completamente diversa. È irreale, un sogno, le emozioni erano amplificate. Il mio rapporto con il cosmo è differente da quello che ho qui a casa. Ero in compagnia delle stelle, erano le sole luci fioche che illuminavano durante i tre mesi di buio. Le uniche cose che si muovevano in un ambiente statico».

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di Pasquale Di Sauro
Foto di Marco Buttu

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°206
GIUGNO 2020

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