Godard

Addio al regista francese Jean-Luc Godard

Tonia Scarano 13/09/2022
Updated 2022/09/13 at 4:26 PM
4 Minuti per la lettura

«Jean-Luc Godard est mort, a-t-on appris ce mardi, à l’âge de 91 ans» così, questa mattina, il giornale francese Libération annuncia la morte del regista francese: «lo apprendiamo questo martedì, aveva 91 anni», pochi per chi ha forgiato un modo unico di comunicare il cinema e, quindi, un modo di vedere la realtà.

Jean-Luc Godard, 91 anni d’arte

Nato negli «années folles» di Parigi (1930), Jean-Luc Godard studia Etnologia alla Sorbona. Da uno sguardo antropologico e una mente critica, prosegue avvicinandosi al mondo del cinema frequentando cineclub parigini e fervide compagnie con le quali pone le basi della Nouvelle Vague. Godard, Eric Rohmer, Jacques Rivette, François Truffaut e altri, costituiscono la redazione della rivista mensile “La gazette du cinéma”. Cominciano le sue produzioni di critica cinematografica, successivamente con la nota rivista “Cahiers du cinéma”.

Frequentare i cineclub e la cineteca significava già pensare in termini di cinema e pensare il cinema. Scrivere significava già fare del cinema. Oggi, invece di scrivere una critica, faccio un film; salvo poi introdurvi la dimensione critica

Jean-Luc Godard

Il cinema e la nascita della Nouvelle Vague

1959, À bout de souffle (in italiano Fino all’ultimo respiro) è il primo lungometraggio di Jean-Luc Godard. Si annovera tra i manifesti della Nouvelle Vague, uno stile di produzione cinematografica che ha ammaliato e confuso, trattandosi di giovani registi che proponevano dinamiche filmiche molto indipendenti e fuori dagli schemi stilistici già dati.

Prevale in essa, soprattutto in À bout de souffle, l’utilizzo dei jump-cut, netti tagli tra un’inquadratura e l’altra con lo scopo di interrompere la narrazione, spesso in momenti clue del racconto, per consegnare un prosieguo fatto di inquadrature rapide, veloci e risolutive, fotografie geometricamente sensuali: è un nuovo modo di coinvolgere spettatori e spettatrici, permettendo al film dei tempi diversi da quelli usuali. Si tratta l’amore nel suo tatto senza veli, la rottura delle regole, la visione multiforme delle circostanze e delle persone, le rivoluzioni personali, come in Pierrot le fou, Vivre sa vie, Due o tre cose che so di lei.

Comprendere una figura come quella di Godard è un’impresa assurda, comparabile al tentativo di ridurre una galassia alla veduta del cielo da una finestra.

In un’intervista rilasciata al giornale Pop Off a dicembre 2021, Godard raccontò così il suo lavoro: «Con gli occhi si guarda. Sei come una macchina fotografica. Anch’io guardo. Ma non più, perché io parlo la nostra lingua e non parlo altro. Quindi ogni volta che diciamo una parola in più, non è utile. Lo faccio per curiosità, per vedere quali persone dicono: “Dobbiamo cambiare il mondo”, “dobbiamo essere contro il carbone”, o essere così… Non è che mi diverta, mi faccio pena per essere ancora interessato a questo. Ma dato che sono ancora sulla Terra, dato che ho qualche anno da vivere, lo faccio. Questo è tutto».

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