Se fosse il gioco dell’oca, si potrebbe dire che i 5 stelle hanno raggiunto lo scheletro, quello della crisi di governo, che li fa retrocedere alla casella 1. A quel marzo del 2018.

Ripartire da capo, giocando di nuovo il ruolo principale, quello del partito di maggioranza, con un enorme potere contrattuale. Una nuova occasione per maneggiare meglio i dadi e recuperare i consensi persi durante i 14 mesi di governo con la Lega, in cui ha troppe volte saltato il turno – del resto, buona parte del suo elettorato proviene proprio dal Pd e a questo ha fatto ritorno in seguito ai compromessi con la Lega. L’accordo, però, potrebbe essere anche un’ occasione per perderne ulteriori, aprendosi al dialogo con quello che fino a poco fa considerava il “nemico” del cambiamento. Ma sopravvivere ha sempre il suo prezzo.

Anche il Pd, che resta pur sempre il secondo partito in Parlamento, ha una nuova grande occasione. Quella di un governo a cui, diversamente dal passato, non accederebbe tramite elezioni. E naturalmente, quella di far fuori la Lega.

Un accordo M5S – Pd è possibile?

Il Presidente della Repubblica, durante il secondo round di consultazioni, ha concesso a Movimento 5 stelle e PD tempo fino a martedì per trovare un accordo. La trattativa questa volta dovrà essere breve, a differenza della precedente che ha tenuto fermo il Paese in una crisi istituzionale durata quasi tre mesi.

Ieri, il primo incontro tra i capigruppo 5 stelle e Dem. Il clima sembra essere positivo con un’ampia convergenza sui punti dell’agenda sociale e ambientale. Del resto, tornare alle urne beneficerebbe soltanto il centrodestra: i sondaggi elettorali degli ultimi giorni infatti, danno la Lega primo partito e il Centrodestra unito al di sopra del 50%. Non a caso, Forza Italia e Fratelli d’Italia premono per il ritorno al voto per dare il via a un governo di centrodestra, considerata unica alternativa possibile per restituire rispettabilità al Paese.

Invece, Salvini, che in un primo momento aveva quasi preteso il voto immediato, adesso apre le braccia ai 5 stelle. Dopo le consultazioni con Mattarella e l’apertura dei pentastellati al dialogo coi Dem, ha lanciato un appello al Movimento: “Se i no diventano sì non porto rancore. Se si vuol far ripartire il Paese, noi siamo pronti”. Facendo intendere, addirittura, la possibilità di una nuova edizione del governo giallo-verde con Di Maio premier.

Ma ormai “la frittata è fatta”. Anche se c’è tempo fino a martedì per un voltafaccia, la strada intrapresa dai 5 stelle sembra essere un’altra. Di Maio, infatti, dichiara di non avere tavoli con altre forze politiche.

I 10 punti dei 5 stelle 

  • Il taglio dei parlamentari.
  • Manovra economica. Stop all’aumento dell’iva, introduzione del salario minimo, taglio del cuneo fiscale e misure a sostegno delle famiglie, della natalità, dei disabili e per l’emergenza abitativa
  • Tutela dell’ambiente. Utilizzo di fonti rinnovabili, investimenti sulla mobilità sostenibile, rifiuti zero. E quindi No Tav, madre di tutte le battaglie dei pentastellati unici insieme a Leu, a voler bloccare a tutti i costi la realizzazione dell’opera.
  • Informazione. Riforma Rai e legge sul conflitto degli interessi
  • Giustizia. Riforma della giustizia e del Csm
  • Autonomia differenziata e riforma degli enti locali
  •  Legalità. Lotta alle mafie e ai traffici illeciti, immigrazione
  • Piano straordinario di investimenti per il Sud
  • Riforma del sistema bancario
  • Tutela dei beni comuni

I 5 punti del PD

  • Appartenenza leale all’Unione europea
  • Pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del Parlamento
  • Sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale
  • Svolta delle ricette economiche e sociali, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti
  • Cambio nella gestione dei flussi migratori (con la modifica dei due decreti sicurezza)

Intanto, i renziani premono per rendere i punti “meno stringenti” a favore di un più semplice accordo con i pentastellati per la costruzione di un nuovo governo. La partita  si gioca principalmente sul taglio dei parlamentari. Il punto più discusso e il più caro a Di Maio, che era stato votato dalla Lega ma non dal Pd in quanto rischia di indebolire il Parlamento. Nonostante l’iniziale “no” di Zingaretti, adesso i democratici si mostrano disponibili ad accettare la riduzione, insieme però a un ripensamento del bipolarismo (con la differenziazione delle due Camere), una riforma elettorale ed una dei regolamenti parlamentari. Non ancora chiare sono le trattative su immigrazione, sicurezza e grandi opere. Cos’altro sono disposti ad accettare i Dem pur di entrare nel nuovo governo? I 5 stelle potrebbero alzare ancora l’asticella – “o il Pd fa come diciamo noi oppure salta tutto”. Anche questa volta, il futuro del Paese è nelle loro mani.

di Giorgia Scognamiglio

 

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