Aborto, eutanasia e autodeterminazione dei corpi: la stigmatizzazione di questi temi fa indietreggiare l’Italia sui diritti

Gianrenzo Orbassano 23/06/2024
Updated 2024/06/23 at 3:26 PM
9 Minuti per la lettura

Aborto, eutanasia e autodeterminazione dei corpi: la stigmatizzazione di questi temi fa indietreggiare l’Italia sui diritti. Si parla di aborto e di eutanasia in Italia? Se sì, come e in che modo? In una società democratica, questi dovrebbero essere argomenti su cui aprire ampie, ampissime discussioni. Spesso e volentieri, però, è proprio il modo con cui si trattano queste tematiche che lascia quanto meno interdetti.

In tv si parla di aborto, ma gli ospiti sono tutti uomini

Ma cosa succede se si organizzano tavoli di confronto nelle città? La libertà di espressione è sempre garantita, oppure si organizzano convegni tanto per, magari anche con illustri ed eminenti ospiti, senza lasciar spazio ad un contradditorio serio ed educato?

Perché in tv ci sono trasmissioni televisive in cui si parla di aborto, ma gli ospiti sono tutti uomini? Aggiungo io: siamo sicuri che noi uomini possiamo davvero pensare di saperne qualcosa in senso fisico e mentale in merito all’aborto? Perché nelle nostre città non si dà spazio ad idee diverse, ma anzi, assistiamo a convegni unidirezionali e di chiaro stampo ideologico schierato da una sola parte? Così non facciamo informazione. E il discorso vale sia per chi è d’accordo o non d’accordo sull’aborto. 

Allora, entrando nella questione, un gruppo di attivisti mi ha riferito che in un evento organizzato nella loro città su tematiche come aborto ed eutanasia l’informazione è avvenuta a senso unico. Nessun dibattito, nessun contradditorio. Tutt’altro. Non tutti però si sono ormai rassegnati ad essere censurati, maltrattati e marginalizzati nel dibattito pubblico. 

Convegni pro-life: senza confronto non è vera informazione

Dall’esperienza di queste persone – che, per dover di cronaca, sono favorevoli all’aborto e all’eutanasia in quanto espressione della libertà di autodeterminazione di ogni singolo individuo sul proprio corpo – ho inteso che il convegno fosse indirizzato verso le ideologie opposte, definite “pro-life”. Che sia chiaro, ripetiamo, una posizione legittima.

Chi ha deciso di partecipare ad un convegno evidentemente opposto alle proprie idee non aveva intenzione di sabotarne la riuscita ed impedire la libera espressione altrui, ma al contrario ascoltare l’opinione altrui – di preti, ma anche medici, farmacisti e persone che gravitano intorno ai circuiti politici e decisionali su queste delicate tematiche – per potersi poi confrontare in maniera costruttiva ed argomentata. 

In altri termini, questi giovani attivisti ci hanno scritto, delusi, perché credono nel potere della comunicazione, nella costruzione di ponti attraverso un dialogo argomentato e ragionato, nello scontro di opinioni teso a capirsi e a migliorare come società unita nella messa in atto dei diritti civili. La dura verità con cui si sono scontrati, invece, è fatta di polarizzazioni, stereotipi, pregiudizi, superficialità ed aggressività.

Ciò che è accaduto, in particolare, è stato che al netto di tentativi indebiti di allontanamento, fatti di slutshaming ed intimidazioni, queste persone hanno comunque deciso di restare educatamente ad ascoltare per oltre un’ora e mezza opinioni ben dissonanti dalle loro, prendendo qualche appunto e aspettando un momento propizio in cui poter eccepire alcunché.

Approfittando del momento in cui il moderatore dell’evento faceva da spartiacque tra la tematica dell’aborto e quella dell’eutanasia, chiedevano di poter porre delle domande su quanto si fosse già detto e tanto bastava per meritare un incitato applauso passivo aggressivo della platea “per essere riusciti nell’intento di farsi notare” e per liquidare in malo modo la loro istanza, giudicata come inopportuna, presuntuosa e maleducata. Solo allorquando fosse avanzato tempo e voglia da parte degli organizzatori dell’evento si sarebbe potuto concedere qualche minuto per domande e riflessioni “contro-senso”.

Restando ancorati alla speranza di ricevere un piccolo ed umile spazio per un confronto sulle importanti tematiche in esame, i giovani attivisti restano fino alla fine del convegno – che proseguiva sul tema dell’eutanasia.

Purtroppo, invece, gli interventori non hanno rinunciato nemmeno ad un minuto del loro palinsesto a favore di un minuto di confronto ed il moderatore pareva aver dimenticato perfino la loro esistenza alla fine del convegno, non accennando nemmeno ad un dispiacere per l’assenza di uno spazio per le domande. 

A nessuno è interessato sapere cosa volessero dire queste persone. Evidentemente, capita che siano organizzati eventi che si travestono da momenti di sensibilizzazione e di confronto critico, volti a porsi domande, ma che invece esigono di mantenere un monopolio anche sulle risposte. 

Quando si parla di diritto alla vita come diritto antitetico alla possibilità di abortire si dimentica di porre l’accento sulla dignità e sul diritto alla vita che già esiste, cioè della donna. 

Si rischia, così, di organizzare solo tavoli di sterile compiacimento delle bolle sociali a cui già apparteniamo, come accade sui social – che, è comprovato, ci indirizzano contenuti dello stesso tenore di quelli con cui interagiamo positivamente – e di perdere sempre più occasioni per confrontarci autenticamente sulle nostre idee, a vantaggio di tutti.  

In conclusione, abbiamo pensato di offrirci noi come spazio di ascolto e megafono per queste persone che, in realtà, non avevano interesse a farsi notare – e, difatti, ci hanno pregato di pubblicare questa storia senza fare nomi – ma solo a farsi portatori di un’idea differente e di un modo di pensare il dibattito sociale diverso, fatto di confronto e non di ripudio. 

Avessero avuto modo – come qui lo hanno – queste persone avrebbero voluto semplicemente riportare l’accento sui protagonisti delle tematiche in esame e spostarlo da chi, invece, punta il dito e presuntuosamente si illude di poter decidere della vita altrui. Avrebbero semplicemente fatto notare come certi discorsi finiscano per creare un corto-circuito logico. 

Ad esempio, quando si parla di diritto alla vita come diritto antitetico alla possibilità di abortire si dimentica di porre l’accento sulla dignità e sul diritto alla vita che già esiste, cioè della donna. 

In effetti, come emblematicamente suggerisce la gruccia-simbolo delle campagne pro-choice, non si può davvero impedire alle donne di scegliere del proprio destino e del proprio corpo, ma solo costringerle a praticare aborti pericolosi, praticati in ambienti insalubri e cui conseguono ferite dolorose, ma anche numerosissimi casi di disabilità e morte. 

Aborto, eutanasia, autodeterminazione dei corpi: diritti ancora messi in discussione

Garantire la possibilità per le donne di abortire, dunque, significa garantire il concreto rispetto dei diritti umani più fondamentali delle donne – che, purtroppo, sono ancora in discussione in tutte le società contemporanee: il diritto ad autodeterminarsi, il diritto di accedere con celerità ed effettività al sistema della salute – allontanandosi da stigmatizzazioni e violenze psicologiche, ma anzi favorendo la creazione di un ambiente empatico, rispettoso e di cooperazione con la paziente.  

Inutile nascondersi dietro un dito, anche in Italia siamo ben lungi da ottenere questo risultato nell’ambiente sanitario, ma anche nel sociale. 

La morale? Viviamo in una società che sempre più si chiude in piccole bolle ideologiche e sempre meno rispetta le idee altrui – lo hanno visto le persone da cui nasce questo articolo in quel convegno-propaganda, ma lo vedono soprattutto le donne nei consultori, negli ospedali e nelle chiese, così come chiunque, per la sola colpa di star soffrendo oltre ogni limite di sopportazione, decida di voler congedarsi dignitosamente da questa vita. 

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