Abiti tradizionali afghani contro le imposizioni talebane

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Il ritorno al burqa fa schizzare la richiesta alle stelle

La presa dei talebani giunta inevitabilmente lo scorso agosto ha stretto la morsa contro la capitale Kabul, oramai assediata. Nessun afghano è al sicuro dall’organizzazione guerrigliera che li reprime, ma i soggetti più a rischio sono le donne.
Limitate in qualsiasi attività inclusa la formazione scolastica, la loro emancipazione è costantemente indebolita da convinti oppressori. Molte donne, intimorite, sono ritornate ad indossare il burqa che non a caso vanta un aumentato d’importo vertiginoso in sincronia all’aumento della richiesta del capo d’abbigliamento.

Ma sono i talebani a volerlo, ad imporlo senza alcuna possibilità di alternativa, quindi non è ammissibile confonderlo con un chador né tantomeno un hijab.
Le differenze strutturali identificano vestiari a sé e diversi tra loro, il termine burqa o anche scritto burka è la versione araba del termine persiano purda che significa “velo”, “cortina”.

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Condivide lo stesso significato di hijab ma il primo, nella versione afghana o completa, copre testa e corpo. In due colori, blu o nero, presenta una retina che permette la vista parziale a chi lo indossa evitando alla donna di avere gli occhi scoperti. L’obbligo d’indossarlo deriva da prescrizioni sociali che nulla hanno a che fare con la religione islamica.
L’hijab, invece, fa diretto riferimento al velo decretato dalla giurisprudenza islamica ed ha il compito di velare la donna, circonda il volto coprendo i capelli ed il petto.

Alla categoria d’abbigliamento afghano fanno seguito altre tipologie di indumenti come il chador portato dalle bambine su volontà dei talebani, sono stati proprio loro ad introdurlo nel 1996.
Si tratta di un tessuto di forma circolare che poggia su capo e spalle, chiuso sotto il mento va ad incorniciare il viso che resta scoperto. Le stoffe di questo capo sono generalmente di tonalità chiare o con stampe.
Un altro velo di cui si sente parlare e che viene spesso confuso con il burqa tradizionale è il niqāb che appartiene al culto arabo preislamico ed islamico.
Composto da due parti divise, la prima comprende un fazzoletto di stoffa molto leggera che si poggia sulle orecchie coprendo naso e bocca collocandosi sotto gli occhi. L’altra parte è un pezzo di stoffa più ampio poiché nasconde capelli e parte del corpo, principalmente il busto. Si lega dietro la nuca e ricade morbido.
Esistono molte tipologie di veli, con nomi e caratteristiche differenti tra loro, ma specialmente utilizzati nei paesi islamici, nel vicino Oriente ed in Egitto, Afghanistan e da chi persegue fondamenti religiosi o culturali che lo includono come parte fondamentale del culto.

Chiarito l’aspetto velo, oggetto di un parlato poco attendibile e confusionario, è in atto un’attività di contro risposta da parte delle donne verso i talebani per affermare quanto in realtà il burqa non le identifichi.

Le rappresentanti femminili più coraggiose di questa campagna usano l’hashtag #DoNotTouchMyClothes condividendo sui social una vera e propria protesta. Mettono a rischio sé stesse con un’azione contro il regime talebano in cui ad accompagnare il messaggio segue una foto personale in cui indossano l’abito tradizionale afghano ricco di colori e particolari.

Espongono il viso scoperto su piattaforme social come Twitter sfoggiando il costume che rappresenta le loro origini d’appartenenza.
Con indosso kamiz o firaq, lunghi abiti dettagliati e fantasiosi arricchiti con fili d’oro o perline, e partug ossia pantaloni lunghi che riprendono la parte superiore nei colori, la forza femminile sprigiona il valore che le contraddistingue. A lanciare l’iniziativa è stata la dottoressa Bahar Jalali, storica afghana esperta di studi di genere al fine di promuovere la vera bellezza afghana.

Il burqa non rappresenta i loro animi ma con l’azione in atto omaggiano le lotte degli ultimi anni contro chi non accetta che possano avere un pensiero, volontà ed indipendenza.
Un’iniziativa decisiva sostenuta dall’identificazione femminile di tutto il mondo, persistente alla speranza che tutto ciò non venga spento dalla crudeltà dei seguaci del fondamentalismo islamico.

di Chiara del Prete

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°222 – OTTOBRE 2021

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