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‘A67: lo storico gruppo di Scampia non è mai rimasto in silenzio

Giuseppe Spada 08/09/2021
Updated 2021/09/08 at 4:17 PM
7 Minuti per la lettura

Il racconto del frontman, Daniele Snzone, di esperienze, disavventure e cultura musicale di una generazione

Se si nasce nel fango ci sono solo due possibilità: o ci si amalgama fino a scomparire nella massa putrida o si lotta. Si lotta per emergere, per poter dire a tutti quelli che sono apparentemente fuori dal fango cosa si prova, quanto dà fastidio quel senso di soffocamento, quell’umido e viscido buio che ti circonda. È questo il caso degli ‘A67, un gruppo napoletano con 17 anni di storia alle spalle, che ha vissuto sulla propria pelle il peggio dell’area nord di Napoli e ne ha fatto musica. 

Quando nasce ‘A67 e con quale scopo? 

«Il gruppo nasce a cavallo tra il 2004 e il 2005, nel bel mezzo della faida di Scampia. Come tutti i gruppi nasce dall’esigenza e dalla volontà di fare musica. Poi venendo da un contesto particolare, Scampia appunto, abbiamo risentito molto dell’influenza del luogo, tanto da chiamare il nostro gruppo proprio come il quartiere dal quale provenivamo. C’era anche la volontà di far emergere tutte le problematiche che vivevamo all’epoca. Una mission vera e propria, forse, non l’abbiamo mai avuta, ma era impossibile non esprimere con la nostra musica le difficoltà dei nostri luoghi».  

In 17 anni di attività, per i temi che avete trattato, vi è mai capitato qualche “inconveniente”? 

«Gli episodi sono tanti.  Ce n’è uno che ricordo molto bene, che è stato poi ciò che mi ha spinto a scrivere il nostro primo album: “ ‘A camorra song’ io ”. All’epoca ero uno studente di filosofia. Tra una lezione e l’altra, con i miei amici, prendevamo il sole su un portico della facoltà, discutendo e citando i filosofi. A un certo punto passa un ragazzo che mi guarda.

A quel punto, scatto inveendo contro quest’ultimo perché, nella mia concezione delle cose, non doveva guardarmi. Questo perché, come ben sai, a Napoli due sguardi che si incrociano sono un segno di sfida e una gara a chi lo abbassa prima. Il giorno dopo accade la medesima cosa, stavo per picchiarlo ma mi trattennero.

Il terzo giorno io non c’ero, ma una mia amica che era lì, mi raccontò che il ragazzo passò di nuovo, mi disse che lo aveva conosciuto e che aveva scoperto che quel ragazzo era strabico. Questa cosa fa ridere, ma mi fece riflettere su quanto io fossi un portatore sano di “camorra”.

Mio padre era un pittore e mia madre una casalinga, ma essendo cresciuto in quel contesto sociale ero talmente intriso di quella mentalità al punto da guardare il mondo con quegli occhi. La domanda che mi posi era, se è successo a me, studente di filosofia, figurarsi a chi non è mai andato a scuola. Il secondo aneddoto è collegato proprio alla nascita del primo album.

Un nostro conoscente ci raccontò che un esponente di un noto clan, parlando con lui, espresse la volontà di incontrarci per spiegarci che la camorra faceva solo del bene alla comunità, e chiuse la conversazione con la frase: “Ma poi non ho capito, se loro sono la camorra, noi chi siamo?”». 

Tra le varie collaborazioni intrecciate in cinque album ce n’è una che ricordi con particolare affetto? 

«Penso di poter parlare a nome della band, nella nostra storia ci siamo presi parecchie soddisfazioni: solo nell’ultimo disco abbiamo avuto nomi del calibro di Caparezza e Frankie hi-nrg, ma credo che il miglior momento della nostra carriera è arrivato quando siamo stati chiamati da Pino Daniele per il “Tutta n’ata storia tour”. Il fatto che Pino Daniele abbia riconosciuto in noi una realtà e che ci abbia invitato perché ci ha ritenuti importanti è una cosa meravigliosa. Poi siamo stati sul palco anche con Dario FoEdoardo Bennato e molti altri». 

Il vostro ultimo album si chiama “Naples calling” riferimento a “London calling” dei Clash, quelle di Napoli e Londra sono due chiamate differenti? 

«Va presa ovviamente con le dovute distanze. Questo album nasce dalla volontà iniziale di fare una cover di London calling. Tradussi il testo in napoletano, un testo molto complesso che si esprime soprattutto per immagini. Quando chiedemmo l’autorizzazione per la cover non venne accettata e il progetto cadde. Il testo però mi piaceva così tanto che alla fine decidemmo di farne un inedito riadattato al contesto partenopeo.

Ci siamo immaginati che Napoli richiamasse sé stessa attraverso la sua maschera più famosa, Pulcinella, che non è più comico ma rivoluzionario. Un Pulcinella talmente arrabbiato da arrivare fino a Piazza Mercato (luogo simbolo della rivoluzione napoletana) per incendiarsi come i monaci tibetani. Pertanto, arriva ad un gesto estremo per tentare di risvegliare il popolo napoletano e alla fine viene ripreso dai cellulari delle persone. È un pezzo estremamente crudo che richiama quasi un pessimismo di natura cosmica». 

Oggi, rispetto a quando avete cominciato, la musica di stampo più “sociale” interessa ancora alla gente? 

«È una domanda molto complessa. La musica è il riflesso condizionato della società in cui viviamo. Durante la mia adolescenza, la musica napoletana era rappresentata dagli Almamegretta, dai 99 posse, in Italia dai Sangue Misto e da Frankie hi-nrg. Insomma, tutto un movimento pop legato ai centri sociali e con forti connotazioni politiche.

Ma tutto si muoveva in un underground di concerti live, centri sociali e trasmissioni dove questi artisti si potevano rappresentare. Oggi tutto questo è scomparso, sono arrivati i social e tutto ciò ha modificato per sempre contenuti e fruizione della musica. Oggi le classifiche sono cambiate, è cambiato soprattutto il livello di impegno mentale che la musica ti mette a disposizione. Oggi quel tipo di musica esiste ancora, semplicemente, fa più difficoltà ad emergere» 

di Giuseppe Spada

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE

N°221 – SETTEMBRE 2021

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