A tu per tu con la giovane Stylist Teresa Esposito

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Chi è e cosa fa uno stylist? Molti pensano che sia sinonimo di stilista, ma quello dello stylist è un lavoro molto diverso. Lo abbiamo chiesto a Teresa Esposito, meglio conosciuta nell’ambiente come FRONT ONE; questo il nome d’arte di una Stylist emergente da tenere d’occhio in questo strano 2021. Intraprendente e coraggiosa, la ventiseienne aversana, ha avviato un’agenzia di produzione tutta sua a Napoli, ed ha le idee chiare in merito al suo ruolo: Io racconto storie con gli abiti”.

Scopriamo così che questo mestiere è un lavoro più vecchio di quello che si possa immaginare e che si è evoluto nel tempo: Maria Antonietta, la moglie del re di Francia Luigi XVI, era appassionata di scarpe e vestiti e aveva una persona che le consigliava cosa indossare. Teresa Esposito, di recente, ha curato il look del rapper Ivan Granatino, che si è esibito con Gigi d’Alessio sul palco dell’Ariston. Teresa ha lavorato dalle riviste alla pubblicità di aziende, ha collaborato con l’ufficio stile di un marchio di moda, ha coordinato i vestiti indossati dalle modelle ad una sfilata e li sceglie per i personaggi famosi. La sua bravura richiede molta ricerca e studio di archivio, sia per sviluppare l’idea di un editoriale che per capire la storia di un’azienda e la clientela a cui si rivolge.

Ci spiega che questa professione per come si conosce oggi, nasce negli anni ottanta, cresce negli anni novanta e fa riferimento alle capitali della moda, come Milano naturalmente. In realtà Teresa Esposito vive e lavora a Napoli e questo la dice lunga sulle sue visioni creative. 

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Come si può fare questo lavoro al sud?

«Dopo le esperienze professionali vissute a Milano e poi a Bologna come assistente di una stylist per la maison di Jean Paul Gaultier, restare a Napoli per me è diventata un’esigenza irrinunciabile. Napoli ancora non è pronta, però è certo che questa città ha bisogno di qualcuno che creda in lei ed è per questo che mi propongo qui ed insisto. Non ho paura di espormi, anzi Napoli per me è fonte di ispirazione e trovo la sfida assai stimolante, mi fa sentire più viva e pronta a combattere».

Hai studiato arte per fare questo lavoro?

«Ho studiato Fashion design e mi sono specializzata in Design per l’innovazione presso la Facoltà Di Architettura. Ma l’arte non si insegna, si può solo migliorare osservando i veri artisti, io non sono un’artista, preferisco definirmi una creativa».

Sei figlia d’arte, questo avrà significato qualcosa?

«Forse; mio padre Vincenzo Esposito è un vero artista: è lui che ho osservato».

Nasce da questo il tuo desiderio di creare? Cosa vuoi comunicare?

«Ho la necessità di esprimermi e lo faccio urlando attraverso l’uso degli abiti. Questo ambiente è difficile e con le mie proposte vorrei che si capisse quanto è importante liberarsi dai vincoli imposti dalla moda ufficiale. Tutti dovrebbero vestire abiti veri, quelli che meglio ci rappresentano, per essere sempre se stessi».

Da dove attingi questa grinta e questa forza per affrontare questo mondo così complesso e difficile?

«Dalla mia famiglia e dal mio compagno che mi hanno sempre sostenuta. Debbo a loro la mia tenacia».

Quando hai cominciato?

«A 19 anni la mia prima sfilata con abiti disegnati da me, una provocazione punk con volti deformi disegnati su magliette, per ricordare i personaggi incontrati durante il mio viaggio negli States».

Poi la svolta con Kiton e Vogue talents…

«Sì, sono stata notata da un’azienda napoletana di alta sartoria, la Kiton appunto, che mi ha affidato il lancio per una linea di abiti per vestire la figura del nuovo imprenditore. Ho proposto come set fotografico l’ambiente della stessa fabbrica, per evidenziare il lavoro fondamentale delle persone che stanno dietro la produzione di un abito, e questo è stato molto apprezzato. Ne abbiamo realizzato una mostra fotografica a Milano. Poi Vogue con una rivisitazione della Tuta di Thayaht, un indumento che per antonomasia nella moda rappresenta il futurismo».

Sempre controcorrente ma contemporaneamente al passo con i tempi, qual è la chiave?

«Rifiuto l’omologazione e soprattutto penso sia doveroso il riciclo degli abiti come della plastica, l’uso di fibre naturali, per una produzione sostenibile e attenta alla salvaguardia del Pianeta».

A chi ti ispiri?

«Guardo al futuro con un occhio al passato, il mio modello è Coco Chanel. Una donna all’avanguardia, una pioniera che ha ridato dignità alla donna. Con il suo stile di vita e la sua poliedricità ha determinato i valori della Maison che ha fondato. Un vestiario liberato dalle convenzioni e dal superfluo, con un fascino fuori dal tempo, eppure straordinariamente moderna».

Dove ti vedi fra qualche anno? Qual è il prossimo progetto?

«Immersa nel mio lavoro senza smettere di divertirmi. Progetti tanti: il prossimo ha come tema il futuro ed è musicale, ma è meglio non rivelare troppo».

Siamo entrati in una nuova decade e, forse, giovani creativi come Teresa Esposito scriveranno nuovi capitoli di storia del Made in Italy che ci piaceranno molto.

 

di Fernanda Esposito

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