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A Napoli l’aborto diventa un calvario: il contributo di “Ca nisciun è fessa”

Palmina Falco 05/10/2022
Updated 2022/10/05 at 9:36 AM
8 Minuti per la lettura

Aborto: brevi cenni storici

L’aborto è sempre esistito, nessun divieto può infatti fermare la volontà di una donna di non continuare una gravidanza. Obbligare una donna attraverso la coercizione produttiva, ossia quell’insieme dei comportamenti che interferiscono con l’autonomia decisionale di una persona, le conseguenze psichiche saranno devastanti nella stessa.

Le interruzioni di gravidanza venivano praticate già molto prima della nascita di Cristo. In quei secoli in cui ovviamente la medicina si basava solo sulla osservazione ed esperienza empirica relativa all’efficacia di alcune erbe medicinali, attraverso utensili appuntiti e con la banale pratica della pressione addominale che, tuttavia, non sempre ne garantivano l’efficienza. La prima testimonianza scritta è riconducibile all’Antico Egitto, 1550 a.C. Parliamo del famoso Papiro Ebers, conservato oggi nelle sale della biblioteca dell’Università di Lipsia all’interno del quale all’aborto è dedicato un intero capitolo. Le civiltà greche e romane risultano sempre molto emancipate e infatti consideravano l’aborto normale benché servisse l’approvazione del marito.

L’inferno per le donne inizia con Papa Sisto V che definì l’aborto una pratica omicida. Sarà dunque il cristianesimo che per primo equiparerà l’aborto all’omicidio proibendolo in ogni modo. Sarà il movimento femminista a cambiare nuovamente le cose. Nel Novecento le donne acquistano più consapevolezza e autonomia e dunque si assiste finalmente alla nascita di un serio dibattito sul tema e arrivano le prime legalizzazioni.

In Italia finalmente nel 1978 arrivava la legge 194, ovvero la legge sull’aborto. Da allora consente alla donna di poter ricorrere alla interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica convenzionata con la Regione di appartenenza. Ma tutti gli anni di lotte e referendum avvenuti dal 1975 sembrano non essere bastati. Dopo poco circa mezzo secolo le donne si trovano ancora a manifestare per quello che è un diritto non pienamente tutelato. È molto difficile ai nostri tempi consentire pienamente l’esercizio al diritto di interruzione volontaria di gravidanza in quanto la legge attribuisce il diritto agli obiettori di coscienza di non praticare l’aborto e quindi di non prendere parte alle procedure, ma non sono altresì autorizzati a non assistere la donna prima e dopo l’interruzione stessa. 

Napoli: 8 ginecologi su 10 sono obiettori di coscienza  

Questa critica problematica è radicata anche nel nostro territorio e protagonista indiscussa è l’Asl Napoli 1. Per una donna che decide di abortire a Napoli si aprono le porte di un calvario lungo e faticoso, fatto di consultori chiusi, lunghe attese, insufficienza di personale. In Italia, secondo l’Istat, i ginecologi obiettori, che quindi si rifiutato di praticare l’aborto, sono più del 70%. Napoli sta messa ancora peggio della media nazionale, con l’83 %. A parere di chi scrive non esiste una risposta per giustificare l’atteggiamento condiviso in larga parte dai medici obiettori di coscienza che spesso tendono a calpestare l’umanità e dignità delle donne.

Forse per cambiare il comportamento dominante di oggi servirebbe una vera e propria attività di sensibilizzazione sui diritti delle donne, a proposito della quale è sbocciato a Napoli un progetto denominato “Ca nisciun è fess”, che nasce con la volontà di denunciare in prima linea gli aborti negati e tutte le anomalie ad essi correlati. 

“Ca nisciun è fess”: chi sono e cosa fanno

L’appellativo che hanno scelto le attiviste per identificarsi non è stato affatto lasciato al caso. In napoletano il vocabolo “fess” fa parte della cerchia degli omonimi, ossia parole che si scrivono e si pronunciano nello stesso modo, ma hanno diverso significato. Esso, nello specifico caso, indica l’organo riproduttivo femminile ma può significare al contempo una persona che riesce a farsi fregare. Quindi il messaggio è che le attiviste sanno che non possono essere fregate in merito ai mancati diritti sull’aborto e costruiscono delle battaglie per rivendicarli.

Tra le tante azioni che le hanno viste protagoniste, le partecipanti hanno diffuso più volte sul territorio di Napoli delle mappature precise sui luoghi specifici dove l’aborto può essere praticato. Questo perché sappiamo che l’interruzione di gravidanza deve essere eseguita entro un determinato periodo di tempo e, in tal senso, bisogna agire in fretta. Una donna, di fatto, ha 9 settimane per scegliere l’aborto farmacologico e 12 per quello chirurgico. A causa delle lunghe attese, nessuna riesce a optare per il primo, con la costrizione di doversi sottoporre a un intervento invasivo. Siti ufficiali, come quello dell’ASL di Napoli, non sono del tutto efficienti in quanto non continuamente aggiornati e con informazioni errate, ad esempio, per il fatto che specifici centri per IVG riportati sono ormai chiusi.

L’odissea per chi sceglie di abortire è lunga ed estenuante: è difficile trovare un consultorio che offra tutti i servizi di cui si ha bisogno come il ginecologo disposto ad attuare tale pratica, lo stesso vale per l’ecografo e la presenza dell’assistente sociale nel caso di minorenni, siccome per legge quest’ultime possono praticarlo anche senza il consenso dei genitori. Un’ulteriore messaggio che le attiviste hanno cercato di propagandare è quello che negando l’aborto si nega solo la possibilità di farlo in maniera sicura e legale. Rispettare in tal senso il diritto di interrompere volontariamente la gravidanza significa in primis assistere dal punto di vista medico colei che sta subendo un intervento così invasivo, e in secundiis non praticare atti che possano ulteriormente aggravare la condizione psichica della donna.

La rete territoriale napoletana per l’interruzione volontaria di gravidanza ‘Cca nisciun’ è fessa” ha messo in scena un flash mob lo scorso 21 maggio a Piazza Miraglia a Napoli per protestare contro la difficoltà di abortire nella regione Campania, il tutto alla vigilia dell’anniversario della legge 194. In sottofondo sono state riprodotte delle registrazioni vocali di alcune testimonianze raccolte nell’ultimo anno: «la pillola anticoncezionale me l’ha prescritta, ma mentre scriveva diceva “guarda questi giovani di oggi”» oppure «mi hanno detto di andare in un consultorio che a sua volta mi ha rispedito al medico di base perché sono “troppo piccola per capire”, tutto questo per una pillola anticoncezionale e inoltre hanno paragonato la contraccezione d’emergenza all’aborto». Hanno dato, attraverso il flash mob, voce ad alcune donne vittime di un sistema che traballa.  

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