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“A BORDO”: il festival di Mediterranea Saving Humans a Napoli

Tonia Scarano 12/09/2022
Updated 2022/09/12 at 3:29 PM
8 Minuti per la lettura

Lavorare in mare è un obbligo morale e pratico a cui Mediterranea Saving Humans, a bordo della Mare Jonio, risponde dal 2018 in contrasto al completo disinteresse degli stati europei.

Dal 1 al 4 settembre, Mediterranea Saving Humans ha organizzato a Napoli “A bordo”, il festival ospitante associazioni, movimenti umanitari, Ong e la società civile tutta per sviscerare ancora e insieme l’avanzare imperterrito delle morti in mare; le conseguenze e le derivazioni di tali tragedie.

«È un momento per riportare in luce argomenti che ci stanno particolarmente a cuore e che sono il primo faro che ci muove: accoglienza, migrazione, esternalizzazione delle frontiere, pratiche di accoglienza, rapporto con le istituzioni» racconta Vanessa Guidi, presidente di Mediterranea.  «Ci troviamo a fare questo festival in uno scenario politico un po’ particolare: si prospetta un cambio e, con queste elezioni, è ricominciata quella campagna di morte in mare, di respingimento, di odio verso l’altro che noi respingiamo con forza, non solo a parole testimoniando quotidianamente quello che vediamo, ma anche nella pratica quotidiana del soccorso in mare e ora anche in Ucraina, nella totale coerenza del soccorrere e portare aiuto a chiunque indistintamente. Non ci sono classi diverse di profughi».

Durante i tre giorni di apertura al pubblico tra le mura storiche del Maschio Angioino sono stati proposti dibattiti, testimonianze, workshop, tavole rotonde e momenti di convivialità e musica.

Tra le realtà che hanno preso parte ai dibattiti: Emergency Ong, Linea D’Ombra, Baobab Experience, Refugees in Libya, Libera contro le mafie, Alarm Phone, Sea Watch, Sea Eye, ResQ, Open Arms, Medici Senza Frontiere, Salvamento Marítimo Humanitario, MV Louise Mitchel, rete LasciateciEntrare, rete Valsusa Oltreconfine, Osservatorio Balcani Caucaso, per non contare i singoli e i gruppi di attivisti e attiviste che hanno dato il loro contributo alla causa giungendo da ogni parte d’Italia e da altre nazioni.

«Dobbiamo tenere a mente il principio della complessità delle cose», afferma Luca Casarini del direttivo di Mediterranea, in una dichiarazione. «Le cose non sono semplici, non si risolvono con un missile o con due missili o chi ne ha di più e ne spara di più, questo produce morte. Dobbiamo finirla, non possiamo vivere con la guerra, dobbiamo avere un’idea di pace nella vita e un’utopia da seguire: che in questo pianeta possiamo convivere tutti, senza ammazzarci l’uno con l’altro».

Luca è attivo da anni nel combattere le politiche di respingimento e morte che il governo italiano non risolve: «Ci sono delle persone che vanno liberate da dei lager. L’IOM riporta i dati, che “tot. persone sono state riportate indietro”: no. Sono stati catturati e deportati. In mare si deve fare qualcosa, a terra si deve fare qualcosa. È importante costruire reti di sopravvivenza, io resto stupito di quanta poca gente stia scappando rispetto a ciò che accade in quei posti».

Il problema in Libia

Lam Magok e David Yambio, membri del movimento Refugees in Libya, raccontano le loro drammatiche esperienze in Libia, che insieme alla morte rappresenta la meta certa di ogni operazione di respingimento in mare burocratizzata con il Memorandum d’Intesa Italia-Libia dal 2017.

Lam, da ex-prigioniero libico, racconta di essere stato intercettato nel tentativo di imbarcarsi per attraversare il Mediterraneo e rimandato in Libia, dove è stato portato in tribunale e poi in prigione. Lì ha trascorso 9 mesi della sua vita fino a quando è riuscito a scappare. «Quando ti portano fuori dalla prigione per costringerti a lavorare per qualcuno e provi a scappare, può succedere che ti sparino e ti uccidano», racconta.

David arriva in Italia dopo 6 mesi tra viaggi e tentativi di fuga: «Persone come me che diventano rifugiati sono viste come incapaci perché vogliono andare via dalle loro case, ma non è vero. Io sono nato in Sudan, che è in guerra. Qual è la mia colpa se non ho accesso a educazione e servizi normali? Ho lasciato il mio paese non perché non avevo la forza di combattere, ma perché non volevo essere parte del problema. Credo che come essere umano non ho il diritto di togliere la vita ad un altro andando in guerra». Continua «Dicono ci sia un paradiso dopo la morte, ma io ho capito che il paradiso è stare dove sei nato e con le persone che ti amano. Quale dovrebbe la ragione per lasciare questo paradiso e andare all’inferno?».

Il 3 settembre tutte le persone presenti al festival hanno raggiunto insieme la Prefettura di Napoli, marciando per la manifestazione contro gli accordi Italia-Libia. In nome, soprattutto, di chi perde la vita, a volte senza un nome, di chi non avrà mai più una possibilità di sopravvivenza.

Quando la sopravvivenza è un problema

La situazione dei flussi migratori in mare è un fatto grave, poiché reso disumano: gli stati che circondano il Mediterraneo influiscono sul suo aggravarsi trascurando la loro risoluzione politica, procedendo, da anni, con tentativi pratici di repressione del problema, come a nascondere la polvere sotto il tappeto, il più delle volte aizzando reazioni d’odio. «Siamo tutti consapevoli della criminalizzazione delle frontiere e dell’azione delle organizzazioni che fanno salvataggio in mare e di cosa portano i decreti Salvini, che purtroppo oggi in Grecia è il modello, in cui ora salvare vite umane in mare è diventato un crimine», spiega Iasonas Apostolopoulos, rescue coordinator di Mediterranea Saving Humans.

«Se gli stati europei riescono ad organizzarsi per combattere le migrazioni, noi dobbiamo unirci per salvare le persone. Per il governo greco, oggi chiunque si schiera con i migranti e parla pubblicamente contro i respingimenti, diventa un nemico dello stato e un traditore nazionale, come sono stato etichettato io e altre persone. La nostra risposta è che se amare il tuo paese significa accettare l’omicidio di migranti alle nostre frontiere, allora siamo fieri di essere chiamati traditori».

È chiaramente un problema nazionale e internazionale ad aggravare quelli che sono flussi umani e indotti di persone che cercano una speranza di vita, che disperatamente lasciano le proprie case per un altrove buio e incerto e che saranno fortunate ad incontrare la mano di chi è in mare per garantire umanità e salvezza a persone che ne sono private in partenza solo perché in fuga. Salire “A BORDO” in terra è stata una pratica necessaria per divulgare a voci dirette ciò che accade tra le acque dei nostri mari.

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