A.A.A. lavoratori stagionali. Di chi è la colpa?

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Il mare luccica, i tavolini dei bar si riempiono di spritz e l’aria del profumo di crema solare. Puntuale arriva anche la tiritera di qualche imprenditore che si lamenta di non trovare lavoratori stagionali. Un motivo ricorrente, accompagnato dall’attenzione dei media e di esponenti politici che non rinunciano mai a consolare chi è a proprio agio nella Repubblica fondata sullo sfruttamento del lavoro, soprattutto quando c’è da pronunciare frasi teatrali sulla necessità di educare i giovani all’etica calvinista del lavoro.

Sardegna, Emilia-Romagna, Calabria, Campania, l’allarme “lavoratori stagionali” si fa sentire un po’ in tutta la penisola. Sono migliaia i cuochi, camerieri, baristi, bagnini che mancano all’appello degli imprenditori, nonostante il tasso di disoccupazione giovanile al 33,4%. Nulla di nuovo in realtà. Anche se la memoria non è la miglior virtù degli italiani, basta fare una rapida ricerca sul web per intuire come la storia sia la stessa ogni anno. Prima l’abolizione dei voucher e delle indennità di disoccupazione, poi alla narrazione si è aggiunto il tocco di classe del reddito di cittadinanza.

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Il lavoro c’è, ma i giovani preferiscono stare sul divano a prendere i sussidi. Non solo, pretendono anche di essere trattati con dignità, richiedendo informazioni sugli stipendi e i contratti.

È la versione che troviamo nelle testimonianze degli imprenditori e quella denunciata da alcuni esponenti politici. «Se mi dai 700 euro al mese (…) non ho interesse ad alzarmi la mattina alle sei per andare a lavorare» – ha spiegato Vincenzo De Luca. Oppure, «non ci sono gli imprenditori sfruttatori (…) se tu prendi 600 euro per stare a casa a guardare la televisione e ti offrono 600 euro per andare a fare il cameriere, la soluzione la lascio intuire», ha rilasciato in un’intervista Matteo Salvini.

Ci sarebbe da chiarire però quali e quanti sono i giovani “sul divano”, considerando che secondo l’Identikit dell’Anpal a ricevere il RdC è principalmente la fascia tra 40 e 67 anni. È anche difficile pensare che qualcuno rifiuti uno stipendio per ricevere poco più di 500 euro. Se fosse vero, sarebbe comunque il caso di guardare in un’altra direzione, troppo spesso ignorata da chi, intrappolato nella solita retorica, preferisce scaricare tutte le colpe sui lavoratori.

È ormai noto che nel comparto turistico, ma non solo, le condizioni sono precarie e le paghe ben al di sotto di un sostegno anti-povertà. Contratti grigi, lavoro nero, turni di 10-12 ore pagati a 2-3 euro l’ora. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro ha riscontrato tassi di irregolarità superiori al 70% solo per i controlli effettuati nel 2020. Con la pandemia e la crisi del comparto turistico la situazione non può che essere peggiorata, con dimezzamento del personale (e dei salari) e turni di lavoro interminabili.

È un cancro che accomuna gran parte del mercato del lavoro italiano, un problema tanto rurale quanto urbano. Non manca la voglia, non mancano le braccia. Mancano diritti, tutele, dignità.

di Giorgia Scognamiglio

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