A 50 anni di distanza dalla legge sul divorzio in Italia

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Il 1 dicembre di 50 anni fa il divorzio diventava legge dello stato Italiano 

 

Il 1 dicembre 1970, la proposta di legge in tema di “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”, la n. 898, veniva definitivamente approvata dalla Camera, al termine di una seduta parlamentare durata 18 ore e un estenuante confronto sia dentro e che fuori le aule. Quella per il riconoscimento legale del divorzio, fu una delle più dure battaglie politiche mai combattute in Italia, ma anche uno dei tasselli principali posti per la crescita culturale, politica e sociale del paese.

Informareonline-divorzio-3La situazione italiana prima del divorzio

L’Italia dei primi anni ’70 viveva una realtà estremamente frammentata. Era contesa tra un irrefrenabile desiderio di innovazione e un timoroso attaccamento alla tradizione, sotto la chiave della morale cattolica. Nel pieno dei movimenti del ’68 e con lo sguardo verso la modernità luminosa del resto d’Europa, l’Italia si agitava per trovare la sua piena identità. Mentre il miraggio di una legge sul divorzio diventava quasi reale, nel paese esistevano ancora leggi e consuetudini consolidate (che diventano dunque automaticamente degne di osservanza) che evidenziavano una substrato culturale per certi versi arcaico e senza dubbio di stampo patriarcale.

Lasciti legali di epoca fascista nel codice penale e nella cultura 
Nel 1970 erano ancora legittimati il delitto d’onore e il “matrimonio riparatore”, osservato soprattutto nel Meridione. Tali espressioni erano regolamentate rispettivamente dagli articoli 587 e 544 del Codice Penale. In particolare, l’articolo 544 sul matrimonio riparatore recitava così: per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio che l’autore del reato contragga con la persona offesa estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali. Parafrasando: chi stupra una donna basta che la sposi e il reato sarà estinto, il conto con la giustizia pagato. La donna, tra l’altro, non potrà che accettare, perché è ormai illibata (non più vergine) e quindi destinata al rifiuto da qualunque altro uomo, oltre che considerata motivo di disonore per la sua famiglia. Lo stupro, infatti, era reato conto la morale, offendeva cioè l’idea, non la persona.

Risale al 1965, solo 5 anni prima della legge n. 898, uno dei casi più famosi di (mancato) matrimonio riparatore: quello di Franca Viola, una diciassettenne siciliana che per prima decise di rifiutare, appoggiata dalla famiglia, il matrimonio con il suo stupratore. Ma, nonostante il suo esempio e le numerose battaglie che ne seguirono, l’articolo 544 fu abrogato solo nel 1981. E lo stupro configurato come reato contro la persona nel 1996. In questo clima, era difficile anche solo immaginare di divorziare, se un matrimonio con il tuo stupratore era garantito dalla legge. 

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A dispetto di lasciti legali e culturali arretrati, la legge sul divorzio fu però approvata; accese la speranza di chi la desiderava e spianò la strada per le successive riforme a cui si assistette nel corso del decennio. Certo, la legge del 1970 era molto diversa da come la conosciamo oggi e il percorso per intraprendere il divorzio era davvero molto lungo e consentito solo in alcune precise circostanze. Fu determinante, non solo per il futuro, ma anche perché rappresentò una liberazione da condizioni di violenza e abusi, che soprattutto le donne, molto spesso sopportavano nel vincolo del matrimonio. Oppure basti pensare alla liberazione delle cosiddette “vedove bianche”, donne i cui mariti emigrati all’estero erano scomparsi e dunque erano di fatto abbandonate e sole, ma per legge sposate fino alla morte.
Il referendum sul divorzio del 1974 

La legge sul divorzio dei parlamentari Fortuna e Baslini, un socialista e un liberale, divise nettamente il parlamento, anche dopo l’approvazione: da un lato, contrari, la democrazia cristiana, i monarchici e il Movimento Sociale Italiano e dall’altro, favorevoli, il PSI, i radicali, l’UDI e infine il PCI.

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Nel 1968 fu approvata anche un’altra proposta, che prevedeva l’abrogazione di una legge tramite referendum, cosiddetto abrogativo. Immediatamente, la DC guidata da Amintore Fanfani, con l’appoggio di Giorgio Almirante e della stampa conservatrice, iniziarono la campagna referendaria per l’abrogazione della legge che demoliva la sacralità della famiglia. I favorevoli furono accostati alle brigate rosse e l’agognata libertà era di nuovo minacciata. In tutta risposta, i fautori del “no” spinsero sulla necessità mantenere la legge, in nome della libertà di scelta: chi era contrario al divorzio poteva semplicemente scegliere di non divorziare; ma chi era favorevole, una volta abrogato, sarebbe stato condannato per sempre.

Si votò il 12 maggio 1974 e vinse il No con il 59,3%. Il resto è storia. Da 50 anni.

di Lucrezia Varrella  

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