77 anni di lotte da quel 2 giugno del 1946

Updated 2023/12/09 at 3:31 PM
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Paola Cortellesi si arma di speranza e ci rassicura: in fin dei conti, «c’è ancora domani». Il suo non è soltanto un ottimo film d’esordio alla regia – che, con tutti i difetti del caso, ha incassato venti milioni al botteghino –, ma il ritratto minuzioso di una società di cui, ancora oggi, subiamo le conseguenze. Tra il 1946 e il 2023 corrono 77 anni: 77 anni di lotte, di rabbia, di violenza, di indifferenza, di “stai zitta”, di “e fammelo un sorriso”, di “sei nervosa, ma sei in quel periodo del mese?”.

77 anni di lotta e di obiettivi raggiunti

77 anni in cui abbiamo raggiunto obiettivi che, meno di un secolo fa, ci sembravano soltanto utopie: l’abrogazione del delitto d’adulterio nel 1968, l’introduzione del divorzio nel 1970, l’aborto nel 1978, l’abrogazione del delitto d’onore nel 1981. E tutto nasce da quel 2 giugno 1946, da quell’82% di donne che si recò alle urne per far finalmente udire la propria voce: schede alla mano, come ci mostra la stessa Cortellesi nel suo film, e labbra libere dal rossetto per non lasciare alcuna traccia. Unite, per la prima volta, nella possibilità non solo di eleggere, ma anche di essere elette.

Paris Paloma scriveva che «all day, every day, therapist, mother, maid / nymph then a virgin, nurse then a servant / just an appendage, live to attend him / so that he never lifts a finger». Cantava Margherita Vicario che «c’è chi sostiene che essendo una donna / dovrei fare un figlio per essere felice / proprio lo stesso che sotto alla gonna / ha infilato una mano e mi ha tolto la voce». Mentre Mia Martini cantava che «gli uomini non cambiano» e Fiorella Mannoia trasformava il finale di una canzone, dicendo che «non saremo stanche neanche quando ti diremo ancora un altro… no».

“C’è ancora domani” ci insegna a non accontentarci

Sarebbe facile credere che sia tutto qui, ma se c’è qualcosa che “C’è ancora domani” ci insegna è non accontentarci. Delia, interpretata dalla stessa Cortellesi nel film, non si accontenta di sfuggire dall’influenza del marito abusivo rifugiandosi tra le braccia del suo amore giovanile (Nino, interpretato da Vinicio Marchioni), ma trova la propria libertà – e quella di sua figlia – nel voto. Così come Marcella (Romana Maggiora Vergano) non rimarrà incastrata nell’ennesimo matrimonio-prigione, ma avrà l’occasione di continuare gli studi esattamente come i suoi fratelli maschi. In un paese con un gender gap tra i più alti d’Europa, dove più di cento donne sono state ammazzate nel 2023, non possiamo più accontentarci di essere soltanto vive.

Non possiamo permetterci ancora omertà

Siamo in una società che promuove attivamente la cultura dello stupro, in cui gli uomini non vogliono assumersi le proprie responsabilità e il Governo, con tutte le sue appendici, chiude gli occhi davanti a un massacro, nonostante in Italia, per la prima volta, la Premier e il capo dell’opposizione siano due donne.

Mentre il 25 novembre si trasforma in un solco che accoglie una marea che scende in piazza a far rumore, il DDL per rendere più tempestivi gli interventi contro la violenza di genere prende il nome di una ministra che vuole togliere alle donne il diritto di abortire e, così, di scegliere cosa fare del proprio corpo. A cosa servono i minuti di silenzio per Giulia Cecchettin e per tutte le sorelle uccise, in Italia e nel mondo? Non parlare significa giocare al gioco dell’omertà, e non possiamo più permettercelo. Perché per ogni donna zittita ce n’è sempre un’altra pronta a urlare, ed è vero che «c’è ancora domani», ma non per tutte.

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