2300 librerie chiuse in Italia: Intervista a Paolo Ambrosini

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Il recente annuncio delle chiusure di due librerie della Capitale traccia sicuramente i contorni di quella che si preannuncia essere una crisi culturale importante dei nostri anni. Crisi non tanto imputabile all’avanzata dell’online e del mercato digitale, quanto ad un disinteresse, via via sempre più evidente, nei riguardi della cultura. Abbiamo intervistato Paolo Ambrosini, presidente dell’Associazione Librai Italiani (ALI), che ha commentato i numeri e i dati circa lo stato delle librerie italiane.

Sono 2300 le librerie chiuse in Italia negli ultimi 5 anni. Un dato allarmante, indice di una crisi culturale profonda della nostra società. Qual è la sua posizione in merito e a cosa pensa sia dovuta? 

«Se guardiamo ai dati sulla lettura il Paese è fermo a 17 anni fa e questo, malgrado si fosse detto che il problema era il costo dei libri e che, quindi, occorreva intervenire con una politica di promozione sul prezzo (vedi es° Legge 128/2011).
Di fatto, in questi 17 anni cos’è cambiato? È aumentata la quota di mercato dei grandi editori, e ciò in danno delle librerie indipendenti che hanno chiuso.
A mio avviso, ciò che serve, a questo punto, è cambiare strada e pensare che la promozione del libro richieda preparazione, cosa che in Italia può essere fatta solo dai librai, i bibliotecari e gli insegnanti. Se si ritiene che questa sia la strada giusta, occorre però ricreare le condizioni affinché le librerie tornino ad aprire in tutta Italia: si deve approvare un assetto legislativo che, più che fare l’interesse dei grandi gruppi faccia l’interesse del Paese».

Nel 2017, 1 libro su 5 è stato venduto su internet. Molti imputano il colosso Amazon, per la sua concorrenza considerata sleale e per le politiche societarie che lo caratterizzano, come l’artefice della chiusura delle piccole librerie. Lei crede che il mercato digitale sia colpevole della crisi delle librerie e del cartaceo in generale?

«Amazon rientra nella cerchia di quelle imprese che usano il libro per trafficare il loro punto vendita: lo è stato in passato la GDO (Grande distribuzione organizzata. ndr), oggi lo è Amazon che, proprio attraverso i libri, riesce meglio a schedare i suoi contatti per poi proporre l’acquisto di altri beni o servizi.
Dire che la crisi attuale è tutta colpa di Amazon, mi sembra troppo semplicistico. In realtà quest’ultimo è stato un acceleratore della crisi che è originata principalmente da una scelta legislativa, che ha favorito il controllo totale della filiera da parte di grandi gruppi editoriali, sottraendo mercato e spazio commerciale agli operatori indipendenti.
Proviamo a metterci nei panni di un imprenditore librario che, dall’oggi al domani, si deve confrontare con un concorrente su piazza che può sistematicamente rinunciare al 50% del guadagno lordo del libraio per i libri di lettura e del 90-95% dei libri scolastici.
In Francia, dove lo sconto massimo è il 5% o in Germania dove è zero, non esistono esempi di controllo verticale di filiera, così in questi Stati il mercato e la lettura vanno di gran lunga meglio».

Il DDL lettura è stato approvato alla Camera, ma da mesi è fermo in Senato. In collaborazione con il Sindacato Italiano Librai, voi come ALI avete fatto appello al Ministro Franceschini. A cosa pensa sia legato questo rallentamento per un provvedimento così importante?

«La proposta di legge approvata il 16 luglio, con amplissima maggioranza, oggi è al Senato. Il cammino in questi mesi è stato irto di ostacoli, anche per l’evidente azione di lobby dei grandi editori, che si muovono a tutela dei loro legittimi interessi. Non so se la loro pressione porterà a bloccare definitivamente il provvedimento.
Quello che so per certo è che, ove ciò avvenisse, credo che i librai italiani non subiranno passivamente l’azione dei grandi editori e di quella parte della politica che eventualmente li asseconderà».

C’è chi imputa anche le grandi catene come Feltrinelli e Mondadori, come colpevoli della chiusura delle piccole librerie.
Vista però la crisi anche di grossi punti vendita, sembrerebbe che quest’ultima riguardi più in generale la vendita al dettaglio. Come sarebbe identificabile la posizione delle grandi catene nella crisi in questione?

«La gestione di una libreria richiede personale preparato: non sempre le catene in questo scelgono il meglio e, quindi, è chiaro che anche quelle aziende possono incorrere in scelte gestionali che poi, pur partendo da una condizione di mercato favorevole, possono portare a delle chiusure.
Ciò che però è indiscutibile, è che non si può pensare che le librerie chiudano per legge. Questo deve assolutamente finire e il Ministro Franceschini, che pure in passato ha scelto di promuovere atti a sostegno delle librerie, deve impegnarsi al massimo per far sì che la legge passi, altrimenti tutto il lavoro che ha promosso sin qui andrà disperso senza che il paese e la lettura ne abbiano ad avere giovamento alcuno».

di Carmelina D’Aniello

TRATTO DA MAGAZINE INFORMARE N°202 – FEBBRAIO 2020

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