1917 – Due ore di coattaggine fotografica

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Ai 92esimi Academy Awards celebratisi questo Febbraio 2020, 1917 di Sam Mendes si è portato a casa gli Oscar per Migliori Effetti Visivi, Miglior Missaggio del Suono, e Miglior Cinematografia.

Di quest’ultima categoria era a parer mio il migliore dei candidati (eccetto forse The Lighthouse, e presto arriverà una recensione anche su quest’ultima perla), e senza dubbio il vincitore scontato. Del resto si tratta di un film girato in modo da farlo sembrare un’unica inquadratura ininterrotta, alla Birdman di Inàrritu o Nodo alla gola di Hitchcock, soltanto che a differenza di questi due esempi lo stesso trucco è portato sulla colossale scala della prima guerra mondiale. Ovviamente, non è girato per davvero in un’unica inquadratura (come invece sono film quali Arca Russa Victoria), ma si tratta di un numero di inquadrature montate insieme, tramite trucchi fotografici e di effetti visivi, in modo da dare l’impressione di una ripresa in tempo reale in cui l’azione dura esattamente quanto dura il film stesso. 

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La storia è molto semplice: nel mezzo di un’offensiva sul fronte occidentale, in pieno 1917, due giovani soldati inglesi sono incaricati dal proprio comandante di avvertire un colonnello in pieno territorio nemico che l’attacco che ha appena programmato finirà in una trappola tedesca. Non potendo raggiungerlo per piccione, telefono o telegrafo, i due giovani sono costretti a recarsi dal colonnello a piedi e attraversando la terra di nessuno, dove regolarmente i diversi schieramenti si danno battaglia, con mitragliatrici, cannoni, armi chimiche e campi minati. I due poveretti hanno anche dei nomi, ma non vi serve conoscerli, perché l’elemento umano non è il fulcro centrale di 1917. 

 

No, come Dunkirk di Christopher Nolan, 1917 è più interessato a gettare lo spettatore direttamente in mezzo all’orrore della guerra e fargliela sperimentare come se ne fosse parte. Entrambi i film lo fanno principalmente tramite la claustrofobia dei loro setting e l’ansia dei personaggi che devono risolvere una situazione terribile in un limitato lasso di tempo. Ma mentre Dunkirk ottiene questo effetto compiendo svariati salti temporali in ordine anacronico1917 lo fa appunto con la sua unica e lunghissima inquadratura, con la macchina da presa che diventa quasi parte del paesaggio. E che paesaggio. Ogni cosa che si vede nel film è stata ricostruita nel massimo realismo possibile, con trincee affollate da soldati stanchi e malati, città distrutte e disabitate, e campi pieni di crateri e cadaveri. E la macchina da presa vi scivola in mezzo filmando quanto più orrore possibile, inseguendo i protagonisti come un’ombra e sfidandoli quando li supera. Dietro le quinte viene passata di mano in mano, di mano in moto, di moto in drone, di drone, di drone in gru e di gru in autocarro, con i tagli oscurati in maniera quasi impercettibile da persone di passaggio, porte, ombre, muri, pozzanghere. È un’esperienza tra il voyeurismo e il videogioco, incentrata sul realizzare quante più riprese ‘impossibili’ per aumentare l’immersione dello spettatore e soffocarlo quanto si sentono soffocare i protagonisti. 

E funziona. Funziona perfettamente. L’ansia è palpabile fino alla fine, e nello sforzo finale dei protagonisti, nel climax, si comincia a pregare e urlare allo schermo perché vada tutto bene. Tuttavia, un divertimento di uguale portata si può trovare tornando a casa e cercando i video del dietro le quinte, che rivelano lo sforzo immane orchestrato dal regista Sam Mendes e il cinematografo Roger Deakins (già al suo secondo Oscar dopo Blade Runner 2049). Se sul grande schermo potete vedere l’enormità e la futilità della guerra, dietro le quinte è coattaggine fotografica pura. Ed è bellissima. 

di Lorenzo La Bella

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