Era De Maggio: Wagner, le Valchirie ed il Posteggiatore

Ich war müde, um das herzstück tun” e si lisciò il baffo destro tirandolo con un pizzico. Nella chiaròsa, la trattoria, il silenzio implorò una spiegazione. “Non avete capito?” continuando nella toilette si stiracchiò le maniche della giacca, prima la destra con la mano smerza e poi l’altra con la dritta. Le bocche aperte non si muovevano ma qualche testa si chinava timorosamente in avanti affinchè quelle tre parole perdessero la compagnia del punto interrogativo.
Non avevano capito.
M’ero sfasteriato ‘e fa’ ‘o soprammobile!” sputando sul cuoio della fangòsa, la scarpa destra. Esplose un “Aahhh!” che si sentì fino a Marechiaro. “Peppì, e noi penzavamo a qualche cosa di brutto, ‘e fetente assaje” l’oste, sollevato dalla scoperta, bonariamente volle riportare in Italia, a Napoli e precisamente a Posillipo, la lingua di Peppe ‘o zingariello, partito alcuni anni prima per la Germania. Partito a maggio e ritornato maggio.
Una risata collettiva ed un invito al brinneso accantonò la freddezza di quelle parole che, non oso ripeterle, avevano per un momento leso il perfetto equilibrio degli odori di vino, pesce, pane, raù e brezza marina che regnava nell’osteria. E lui, con quella vanità che gli derivava anche dall’internazionalità assunta, ora spaccava la riga dei capelli con i palmi delle mani. Un’altra risata ed ancora un brindisi.
“Pigliate ‘a cummara, una chitarra, e cantamme p’ò zingariello” la sentenza della voce di Giuann’a fumenzia. E poi un’altro brindisi ancora, man a mano che i vecchi amici si avvicinavano, lo abbraciavano, lo baciavano, lo strattonavano e insugnavano con il sudore della pelle e delle zuppe di pesce intrappolate nelle barbe.
Scosso letteralmente dalla foga fisica di cumpari, comparielle e cummarelle e dalle emozioni non riusciva a governare i baffi sotto al naso, l’evera a u scogli. Ogni abbraccio era un tuffo a mare, doveva trattenere il fiato, evitare lo schiacciamento dei polmoni irrobustendo la gabbia toracica, a badare la forza con la quale questi lo stringevano a sè.
Era mancato quattro anni ma era ritornato ed era maggio. Non era voluto andare in Russia con i Franceschini, il suo gruppo di posteggia, a fare ‘e bane – soldi – ma era andato in Germania per passione – leidenschaft – su invito di Richard Wagner, uno dei più importanti musicisti del romanticismo e di ogni epoca. Poi dicono che i napoletani non sanno fare i sacrifici.
Ed in questa processione di affetti che si svolgeva davanti al bancone, in questa sfilata di sentimenti e di ritrovamenti, non mancava un pudico “Ce si mancate”, una raccomandazione “Nun te ne ije chiù (non andartene più)”, un attestato “Comme cante tu nun canta niscune”, un pettegolezzo “Carulin’a palummella se spusata e tene quattro figlie” con un avvertimento “duje ha fatto co’ l’amico” seguito da una precisazione “O primmo è ‘o tuoje”, un mistero “Do l’urdemo nun se sape chi è ‘o pate”, una certezza “’O marito ten’è ccorne” ed un altro mistero che non è mai stato tale “Carulina è sempe ‘na zoccola!”.
Ich bin möbelhersteller!” gli usci istintivo come capita quando si è assorto nei pensieri. C’è proprio un tipo di pensiero fatto così, non c’è la fa ad essere continuamente rimaneggiato, tirato e steso e allora fuje dal cervello, scappa, fa una corsa e ti esce dalla bocca. E ti scusi con chi è in quel momento con te e ti stava parlando del suo vissuto dramma: la disperazione per la fame del mondo e la volontà della suocera che aveva deciso di vivere con ‘a figlia soja. “Scusa stavo sopra pensiero. Non ci fare caso”. Stava di fatto che ormai si era rotta l’atmosfera, quell’equilibrio si era evoluto in un altro punto della livella, la platea delle sue postegge fatta di marinai, artigiani, mendicanti e portuali ormai capiva anche il tedeschco.
Maestro, sono stufo di fare il soprammobile. Io sono mobiliere! (Ich bin möbelhersteller). Appunisce a mme! (capiscimi)” disse a Wagner ed a maggio lasciò la Whanfried, la villa di Bayreut, città bavarese, e ritorno a Napoli.
Wagner aveva riformato il teatro musicale ed, amando l’Italia, era incuriosito ed affascinato dalla millenaria arte della pusteggia napulitana, un esecuzione canora fatta in luoghi pubblici “o puosto” (osterie, cantine, trattorie o, semplicemente, strada) da almeno due pusteggiatori o gavottisti con allegrosa (chitarra) che parlavano una strana lingua ‘a parlesia, un gergo finalizzato a comunicare, senza farsi intendere, strategie di repertori ed adattamenti improvvisati ai gusti del pubblico del momento. Al termine dello spettacolo si esibiva la chetta (questua) o il rasto (questua con piattino) agli spettatori non paganti per un compenso volontario (non l’elemosina). Uno dei più grandi posteggiatori viventi Tonino Apicella – che partecipò (diciamolo eccheccazze!) al film “Morte a Venezia” di Visconti con “Canti nuovi” del suo idolo Armando Gill – ha definito la posteggia «un’arte che si basa sulla delicatezza verso il cliente, una vasta conoscenza del repertorio napoletano e buone capacità di psicologo.»
I posteggiatori cantavano sempre, mattina e sera, ed ovunque tanto che già nel 1221 Federico II di Svevia dovette emanare un ordinanza – assisa – per disciplinarli in quanto esibendosi nelle taverne di notte disturbavano il sonno dei napoletani. La lotta all’inquinamento ambientale è cultura del sud.
Nella lunga tradizione dei posteggiatori (ne dimentico tanti ma cito Muchio, Sbruffapappa, Pezzillo, Pasquale Jovino ‘o piattaro, Antonio Silvio ‘o Cecato e, tra questi, Enrico Caruso) Giuseppe Di Francesco (1852-1935) detto ‘o zingariello occupa un posto di primo piano, canta senza voce, porgendo tutto nell’espressività del sussurro, nella chiarezza dell’intento e nella poesia del gesto. Comunica la melodia con tutto il corpo, la voce non serve e lui te la fa immaginare. Aveva ‘o striscio, una incrinatura nella voce che dando tristezza al canto commuove come solo i grandi maestri della bossanova sanno fare su tutti Joao Gilberto, Chico Buarque e CatenoVeloso. I brasiliani piangono come noi.
Era talmente raffinato che gli dedicarono una canzone sia Di Giacomo con “Ll’ortenzie” musicata da Costa (lo stesso duetto di “Era de Maggio”) che Bovio, con musica di Frustaci, scrivendo appunto, “Zingariello”: “Zingariello cantatore ‘e Pusilleco senza voce sapive cantà”. Avete capito? “senza voce sapiva cantà”. Avete capito bene. Una sorta di Pino Daniele ante litteram con le velature di Franco Cipriani e gli scatti fisici di Giovanni Mauriello della NCCP.
Wagner stava ascoltando “Era de Maggio” – quando cantava ‘o zingariello il pubblico taceva e le mosche si cunnuliavano sulle note – seduto con la moglie Comisina e l’ambasciatore tedesco ad uno dei tavoli più puliti dell’osteria, quando scattò nervosamente in piedi e come Jake Blues aveva visto “la luce” nella chiesa del reverendo Cleophu lui proclamò in un tedesco che si capiva benissimo a Napoli nel 1885: “On Peppì, mein lieber freund, quelle note e quella voce ca vuje tenite sono die stimme, a voce, und die seele, l’anema, di ciò che gli uomini nella luce e nell’universo non vedono, ma sentono, ed a cui aspirano. Sie haben das Licht in dem artikel. Vuje tenite la Luce dint’a voce “.
Secondo una fonte dell’epoca, un testimone che era presente, e non era certamente una delle mosche, Wagner non disse propriamente così. Usò il termine ‘e jammë invece che “gli uomini” a provare che il musicista tedesco conosceva ‘a parlesia.
E lo condusse seco facendolo esibire nei migliori salotti bavaresi davanti al re Ludwig II di Baviera – der Märchenkönig (il re delle fiabe) – ed al resto dell’aristocrazia e borghesia tedesca.
Ma l’autore della tetralogia de “L’anello del Nibelungo”, massima espressione del romanticismo musicale ottocentesco, non aveva messo in conto che l’ardore di quell’interprete non era solo canoro: ‘o zingariello, cantando cantando, con lo striscio nella voce ingravidò tutte le valchirie di casa. Non vi era una governante o una cameriera in casa Wagner che non corrispondesse nelle fattezze alle divinità femminili della mitologia germanica: alte, bionde, pettorute, energiche. Ma lui, piccolo e scuro con uno sguardo frizzante del tipo “famme ‘na domanda ca te rispongo pecchè ‘a saccia”, le vinceva cantando senza voce accompagnandole seco nel Valhalla come se fosse una continua Germania-Italia 4 a 3.
Ben 9 in 4 anni. Quasi una per ogni stagione. Nel numero di 9 come le figlie di Odino ed Erda.
Brunilde, Sváva, Waltraute, Silvia, Rossweisse, Helmwige, Schwertleite, Ortlinde ed, ultima, ma non per demerito di occhi e seno, Hnoss anzi secondo ‘o zingariello ‘a cchiu bellella.
“M’arcessë chella jammëtella, com’è chiddé. (farei all’amore con quella ragazza, quanto è bella)” il pensiero che entrava ed usciva dalla sua testa. E lo meditò 9 volte prima di cominciare ad intonare:
“Era de maggio, e te cadeano ’nzino a schiocche a schiocche li ccerase rosse…” una scivolata di suoni, le squadre in campo la partita è iniziata, e Brunilde nel rassettare la stanza si volta ed incuriosita “Zuseppe, Was bedeuten die Worte “a schiocche a schiocche”?” ma a che serve spiegare le parole e continua …. “Fresca era ll’aria, e tutto lu ciardino addurava de rose a ciente passe.”. E mentre piglia fiato per l’inciso “Era de maggio – io, no, nun me ne scordo – na canzona cantàvemo a ddoie voce:…..” Svàva sorride maliziosamente mettendo le mani ai fianchi per sottolineare la perentorietà dei suoi seni, Peppino è contropiedista all’italiana e sapendo di perdere nello scontro diretto ci gira intorno “cchiù tiempo passa e cchiù me n’allicordo, fresca era ll’aria e la canzona…”, ma qui perde un po’ di sicurezza perché Waltraute è bionda con gli occhi così marroni che sembrano rosso fuoco e gli fa pressing domandandogli stizzita ma decisa “Joseph, … la kanzona….. come essere la kanzona zi (se) l’aria essere fishka?” e lui con un dribbling soffice, quasi un dinoccolare, ma a tono risponde “doce…. e la canzona doce”, prende le mani di Silvia e le chiude sul suo petto per girare ancora largo sulle fasce, come un esterno di centrocampo, gli sussurra sul collo accaldato “E diceva: «Core, core! core mio! luntano vaje; tu me lasse, io conto l’ore, chi sa quanno turnarraie!»”.
Rossweisse la più ansiosa di tutte con le gambe più belle di tutte, tanto che è già in reggicalze, gli mette la mano destra sulla bocca e con la sinistra gli tira i capelli dalla nuca (Ahi, me faje male!) canta Lei “Rispunneva io: «Turnarraggio quanno tornano li rrose, si stu sciore torna a maggio pure a maggio io stonco ccà»”.
Ormai la Germania è padrona a centrocampo e si porta ai limiti dell’area di rigore italiana. Ma abbiamo una buona difesa. Il pallone è recuperato con un takle. Peppino rassicurante riprende la trama “E so’ turnato, e mò, comm’a na vota, cantammo nzieme la canzone antica;” ed Helmwige, toccata nel senso e nella passione, gli tocca a sua volta le orecchie, i lobi, l’elice, l’antelice, il trago e l’antitrago e tutto il naso, urla ma proprio urla, “Zi, zi nzieme nzieme la canzona antika” e appunisce (chiarisce) “Frau! Ich bin eine frau” e Peppino, con la faccia rossa e la camicia strappata, “Ma quale frate? Sore, tenghe 7 sore! manco nu frate”.
Schwertleite non doveva essere convinta di niente, aveva già capito tutto quando questo piccolo napoletano le chiese “Signurì, ma Schwertleite è un nome tedesco del nord o germanico del sud?”. Lei sorridendo con la ceramica di 32 denti gli fece capire che onomastica, toponomastica ed odonomastica erano argomenti dell’una di notte quando la canzone arrivava a “passa lu tiempo e lu munno s’avota; ma ammore vero, no, nun vota vico”. La valchiria così gli intese: “Verstehen Sie das? Hai capito? Non ti voltare vieni deciso nella mia stanza”. L’arbitro ha fischiato, indica il dischetto e devi tirare il rigore, perché anche di questi particolari si giudica un giocatore.
Ortlinde era di Kiel, cittadina del fiume Eider, nei pressi del Mar Baltico, e gli piaceva tutto ciò che era acqua, scorrevolezza, fluidità e il posteggiatore bavarese giocò con tecnica ed intelligenza “De te, bellezza mia, m’annammuraie, si t’allicuorde, nnanze a la funtana: l’acqua llà dinto nun se secca maie, e ferita d’ammore nun se sana.” Lei lo guardò per capire se aveva capito e Lui precisò “Nun se sana; ca sanata si se fosse, gioja mia, mmiezo a st’aria mbarzamata a guardarte io nun starria!” Lei non era imbalsamata e neanche ‘o zingariello. Non lo erano entrambi. Si capi, si senti e si vide 9 mesi dopo.
Hnoss, era la più difficile, capitolò all’ultima strofa quella che dice “E te dico: «Core, core! core mio, turnato io sò: torna maggio e torna ammore, fa de me chello che buo’!». Adesso quando si resiste troppo alla passione, ai suoi impeti e tormenti, è come quando si tira troppo una corda, gli effetti di reazione non sono calcolabili e qui fu come il gol del 4 a 3 di Rivera al 111° del tempo supplementare del 1970, fu come l’urlo di Tardelli per il 2 a 1 della finale del 1982. Non altro. Quando lui sussurrò senza voce “..fa de me chello che buo’!” Lei gli fece assaggiare il vino con la neve ed il gusto della mozzarella con una spremuta di limone. Non altro.
Le prime migrazioni degli italiani in Germania iniziarono nel tardo Medioevo, erano ambulanti, commercianti di seta e di frutta mediterranea definiti dai tedeschi comaschi o mercanti di arance amare, aumentarono nel Rinascimento e nei secoli successivi fino a diventare negli anni settanta del secolo scorso la prima comunità straniera in Germania, oggi sono stati superati dai turchi.
Il filosofo Friedrich Nietzsche considerò la musica di Wagner la rinascita dell’arte tragica in Europa ed il massimo esempio dello “spirito dionisiaco” della storia della musica stessa, cioè istinto ed amore, in contrapposizine all’ordine e razionalità dello “spirito apollineo”.
Era la distinzione che faceva il prof. Bellavista tra popoli del nord (ordine e libertà = apollinei) e popoli del sud (disordine e amore = dionisiaci). Il clichè della contrapposizione tipica tra tedeschi ed italiani, milanesi e napoletani. “Era de Maggio” e le valchirie di Wagner dimostrarono il contrario.

di Vincezo Russo Traetto
vyncenzorusso@gmail.com

1 comments

e qui val la pena ricordar il museco nfra li maste del’500 napoletano e vate del rinascimento come primo cantautore posteggiatore e cantastorie ambulante campano del sec XVI:VELARDINIELLO,autore della trilogia Storia a stanze de’100 ann’arreto-istriuonica farcza de’li 3 massari antuoni Janni e Parmiento e lamiento-licenzuose ambigue erotiche Octave maravigliuose,che è ad avviso dei semiologi la chicca + importante di questo contesto.

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