Capossela e le province: che cos’è una riform(?)

Vicino Capossela

Parafrasando Shakespeare che nell’Amleto se lo chiedeva per l’Uomo “Che cos’è mai un uomo?… se del suo tempo non sa far altr’uso che per mangiare e dormire?” E si dava la risposta “Una bestia!” o echeggiando di pari Capossela “Che cos’è l’amor?” ma non avendo le certezze del bardo (volete mettere uno che è nato nel Warwickshire con uno che è di Avellino?) lui ti rinviava al vento o ad una porta. Cioè al caso: un maestrale, un libeccio, uno scirocco, una porta di massello, di noce o di cedro, di sequoia o di legno compensato.

Una riforma da bestia? O di compensato?

Invece di innovare il sistema di tutela dei diritti amministrativi dei cittadini migliorando i servizi e la qualità degli uffici(il diritto alla buona amministrazione trova proprio fondamento all’art. 41 della Convenzione europea come un diritto alla felicità nelle prime costituzioni illuministiche) la famosa PA autoreferenziale è stata per circa 2 anni a spostare personale e funzioni da una casella all’altra. Da province a comuni, da province a Regioni che poi ritornano e poi ripartono, poi si fermano e fanno uno starnuto.

Tutto nonostante che la Costituzione Italiana all’articolo 114, tanto per capirci il primo dello stato-comunità (Paolo Barile), che pur riformato solo nel 2001 affermava ed afferma con solennità “La Repubblica è Costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane (sic), dalle Regioni e dallo Stato”.

Intendendo un modello di organizzazione della sovranità e di rappresentanza pariordinata tra Stato ed ent locali e riconoscendo alla comunità provinciale un valore “costitutivo” della nazione. A mio parere più forte di quello regionale. Il ternano è più chiaro dell’umbro come lo è il napoletano o il casertano rispetto al campano o il pisano rispetto al toscano.

Formalmente la promulgazione della legge 56/2014 desta “grandi perplessità” con una evidente responsabilità politico-costituzionale del Capo dello Stato (analogamente all’operazione Italicum dove si è lasciata passare una legge che disciplina una sola camera in costanza di un sistema parlamentare bicamerale perfetto).

Nel merito, invece, con una scelta di semplificazione dei livelli di governo molto discutibile perchè in un sistema di “policentrismo autarchico” democratico va privilegiato sempre il livello di governo più vicino al cittadino nell’assetto organizzativo territoriale dei poteri amministrativi.

Si è sguarnito il territorio di fondi e di competenze professionali con un sinuoso giuoco (le “u” prima delle “o” fanno fare sempre bella figura) dei tagli a spese che non sono mai diminuite perchè erano necessarie alle strade, alle scuole e ai trasporti extraurbani.

L’ufficio valutazione impatto del Senato della Repubblica racconta questa storia in un documento ufficiale ex province: il riordino degli enti di area vasta a tre anni dalla riforma. Una storia che non vorremmo dire italiana ma che costituisce elemento frustrazione di tanti amministratori, dirigenti e funzionari pubblici. La lettura interessante parte da pagina 41: una riforma che non ha prodotto riduzione nè di  spesa pubblica, nè di tassazione.

Spero che l’attuale governo ed i prossimi imbocchino la strada giusta lasciando quella vecchia con una scelta decisa sulla burocrazia digitale, una dirigenza amministrativa capace, una qualificazione del personale (profili professionali unici legati al costante autoaggiornamento dei lavoratori) ed un sistema di valutazione indipendente sul serio e che non si concentri su adempimenti formali ma obiettivi sostanziali.

CHE COS’È L’AMOR (Vinicio Capossela)

Che cos’è l’amor
Chiedilo al vento
Che sferza il suo lamento sulla ghiaia
Del viale del tramonto
All’ amaca gelata
Che ha perso il suo gazebo
Guaire alla stagione andata all’ombra
Del lampione san soucì

Che cos’è l’amor
Chiedilo alla porta
Alla guardarobiera nera
E al suo romanzo rosa
Che sfoglia senza posa
Al saluto riverente
Del peruviano dondolante
Che china il capo al lustro
Della settima Polàr

Ahi, permette signorina
Sono il re della cantina
Volteggio tutto crocco
Sotto i lumi
Dell’arco di San Rocco
Ma s’appoggi pure volentieri
Fino all’alba livida di bruma
Che ci asciuga e ci consuma

Che cos’è l’amor
È un sasso nella scarpa
Che punge il passo lento di bolero
Con l’amazzone straniera
Stringere per finta
Un’estranea cavaliera
È il rito di ogni sera
Perso al caldo del pois di san soucì

Che cos’è l’amor
È la Ramona che entra in campo
E come una vaiassa a colpo grosso
Te la muove e te la squassa
Ha i tacchi alti e il culo basso
La panza nuda e si dimena
Scuote la testa da invasata
Col consesso
Dell’amica sua fidata

Ahi, permette signorina
Sono il re della cantina
Vampiro nella vigna
Sottrattor nella cucina
Son monarca e son boemio
Se questa è la miseria
Mi ci tuffo
Con dignità da rey

Che cos’è l’amor
È un indirizzo sul comò
Di unposto d’oltremare
Che è lontano
Solo prima d’arrivare
Partita sei partita
E mi trovo ricacciato
Mio malgrado
Nel girone antico
Qui dannato
Tra gli inferi dei bar

Che cos’è l’amor
È quello che rimane
Da spartirsi e litigarsi nel setaccio
Della penultima ora
Qualche Estèr da Ravarino
Mi permetto di salvare
Al suo destino
Dalla roulotte ghiacciata
Degli immigrati accesi
Della banda san soucì

Ahi, permette signorina
Sono il re della cantina
Vampiro nella vigna
Sottrattor nella cucina
Son monarca son boemio
Se questa è la miseria
Mi ci tuffo
Con dignità da rey

Ahi, permette signorina
Sono il re della cantina
Volteggio tutto crocco
Sotto i lumi dell’arco di San Rocco
Son monarca son boemio
Se questa è la miseria
Mi ci tuffo
Con dignità da rey

di Vincenzo Russo Traetto