Valerio Jovine: «Essere napoletano è una fortuna»

Valerio Jovine Photo Credit Gabriele Arenare

In molti lo conoscono per la sua partecipazione al talent show di Rai 2 “The Voice of Italy”, cui ha partecipato nel 2014 con ottimi riscontri; molti altri lo conoscono da anni, anche grazie al gruppo “Jovine” di cui fa parte con suo fratello Massimo e per il loro legame con i 99 Posse (di cui Massimo fa parte). Uno scenario musicale che da tempo è attivo a Napoli, che connota e interpreta una Napoli “alternativa” che ama la musica reggae ma non solo, con talento, grinta e caparbietà, suscitando e ottenendo tanti consensi e un pubblico fedele e affezionato. Incontriamo Valerio Jovine per una chiacchierata in cui ci parla dei progetti futuri, dell’esperienza a “The Voice” e tanto altro.

Valerio, da quanti anni hai intrapreso questa carriera da cantate?
«Ho cominciato circa 25 anni fa, quasi per caso: ero alle superiori e scrivevo testi invece di seguire le lezioni, poi cominciai ad armeggiare con il pianoforte, dopodiché mi ritrovai a suonare nei locali insieme a Luca Sepe. Dopo questa esperienza, decisi di impegnarmi sulle mie canzoni: così è partito il viaggio di Jovine. Prima solo “Valerio Jovine”, poi il gruppo “Jovine” con mio fratello Massimo, con il quale ho fatto 7 album e ci sarà presto l’ottavo».

Riguardo “The Voice”: come ricordi quest’esperienza e in cosa ha cambiato la tua carriera?
«Sicuramente l’ha cambiata in termini di visibilità: ad esempio, mi ha portato ad essere riconosciuto per strada al Nord, e ancor più qui a Napoli. Una visibilità così forte può portare a “perdersi”, ma in questo ho avuto la fortuna di rimanere sempre me stesso, di gestire quell’esperienza a modo mio: penso di essere stato il primo ad aver portato un genere come il reggae in tv, cercando di mischiarlo alla musica che si sente nelle radio (pensate a ‘Like a virgin’, a ‘Il cielo in una stanza’). Mi sono divertito e ho avuto la fortuna di lavorare con J-Ax, che mi ha fatto anche collaborare al suo album ‘Il bello di esser brutti’. Penso che a volte nella vita devi “scombinare le carte”. E ora sta uscendo il mio nuovo singolo, che è un po’ un ritorno alle origini».

Pensi che la musica debba e possa veicolare messaggi importanti? Qual è il tuo approccio in questo senso?
«Sono convinto che la musica debba sempre avere un messaggio, senza per questo essere pesante. Sono per l’artisticità, senza scopiazzamenti o “indirizzi discografici” che tolgono spontaneità alla musica. Preferisco vivere nell’underground per 50 anni essendo fedele alla mia linea piuttosto che fare un solo singolo di successo, però costruito. Una canzone deve emozionare».

Secondo te qual è il legame tra musica e napoletanità? Quanto incide per te “l’essere napoletano”?

«Nella vita ci vuole ‘a ciort’. Noi che viviamo in questa città ne abbiamo una: siamo nati qua, parliamo napoletano. Quando poi fai pure il musicista sei davvero fortunato e devi avere sempre rispetto per il tuo dialetto-lingua. La mia prima canzone in napoletano è “O’ reggae ‘e Maradona».

Ultima domanda: quando hai pensato per la prima volta “questa è la mia strada”?

«Ti dirò una frase che dissi tempo fa, riportata su ‘Jovine Forum’: “Molti smettono di fare musica, altri decidono di intraprendere una vita più sicura. Io ho scelto a 20 anni di fare questo e mi ritrovo oggi come se fosse ogni giorno il primo giorno, con la stessa voglia di tirar fuori tutto quello che ho”. È la stessa cosa che penso in questo momento».

di Valeria Vitale
Foto di Gabriele Arenare

Tratto da Informare n° 152 Dicembre 2015

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