“UN TIZZONE SCAMPATO AD UN INCENDIO” A cura di : Giovanni Imperatrice.

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La storia di Davide Cerullo, dalle prime esperienze nella camorra alla riabilitazione con il Centro Insieme per bambini di Scampia

 

 

LA STORIA

i gradini che ci permettono di entrare nel ventre della vela azzurra sono irregolari; uno più alto, uno più rotto, uno più lucido. Somigliano alla gente che man mano ci vede arrivare e ci saluta. Bambine seminude sul ballatoio, mamme che salgono i gradoni con la spesa, ragazzini di ritorno da scuola. Il saluto in realtà è tutto per il personaggio che ho di fianco. Mi accorgo di che persona è Davide nell’insistenza delle persone che lo salutano, lo cercano con lo sguardo, mentre è lontano lo richiamano con un fischio, un colpo di tosse. Io lo chiamo rispetto lui lo chiama riscatto. Raggiungiamo un punto alto da cui si vede, attraverso un filo spinato improvvisato a finestra, tutto il petto di Scampia che pulsa. Davide Cerullo è un ex malavitoso appartenente al clan dei Di Lauro. Viene introdotto alla malavita all’età di dieci anni come pusher. Passano due anni e attraverso un esperienza come l’arresto della mamma in diretta TV cresce in lui la rabbia e la prepotenza di un adolescente che vuole diventare grande. Incomincia in questi anni a  gestire una piazza di spaccio e viene sparato ad una gamba in una faida tra clan. Diventa così il pupillo del boss Paolo di Lauro, il ras di Secondigliano.  A diciotto anni conosce il carcere di Poggioreale. Per un errore burocratico viene trasferito nel padiglione Avellino dove sono concentrati i maggiori casi di 41 bis. Da questa esperienza e con l’aiuto della scrittura Davide rinasce e comincia un percorso di riabilitazione. Successivamente scriverà tre libri, tra cui “Ali bruciate”, sui bambini di Scampia. Con la sua mostra fotografica girerà l’Italia fino al ritorno a Scampia dove adesso gestisce un’associazione (CENTRO INSIEME) che si occupa di questi bambini attraverso il doposcuola.

 

Quando è nato in te il senso di responsabilità verso la gente del tuo quartiere e particolarmente verso i bambini?

Io vendevo la morte spacciando, non è sempre colpa del luogo in cui si è nati se si è malriusciti. Non ho rischiato di ammazzare perchè sono nato a Scampia. Quello che mi è successo è capitato perchè non ho avuto gli strumenti necessari per potermi difendere: scuola, famiglia, società. Nessuno si è interessato a come io stessi crescendo. Quando tu attraversi un fiume metti una pietra dietro l’altra per oltrepassarlo, a me è mancato questo passaggio. Per me non era sbagliato vendere droga, non provavo senso di colpa, non era sbagliato per me promuovere il boss di turno screditando ad esempio mia mamma e la mia famiglia. Questo senso di responsabilità è nato quando mi sono accorto che con la parola e con l’istruzione io potevo riprendermi la mia libertà. Da allora faccio di tutto per permettere alla gente del mio quartiere di avere una scelta attraverso la conoscenza e li aiuto a difendersi da questo mondo.

 

Qual’è stato il momento in cui hai capito che dovevi cambiare vita?

Nel carcere, a diciotto anni. Di ritorno dall’ora d’aria, tornando in cella sulla mia branda vidi un vangelo. Defilandomi per la paura di essere giudicato un debole dai miei compagni di cella aprì questo libro. Nelle ultime due pagine c’era scritto per tre volte il mio nome. Davide. Lì c’è stato il mio primo contatto con la forza sanitaria della parola. Per me è stato un po’ come le garze che si usano per le ustioni, quelle parole e quel libricino hanno risanato le cicatrici del mio animo, mi stavo risanando. Mi sono sentito parte di un messaggio più grande di me, un messaggio di liberazione. In quest’occasione mi sono chiesto per la prima volta se potevo salvarmi dalla malavita. Ora che è finito tutto posso dirlo: nel carcere di Poggioreale c’è un vangelo che manca di due pagine, l’autore di quel furto cartaceo sono io (sorride).

 

Perchè hai scelto la poesia e la fotografia come simbolo della tua rinascita?

La poesia perchè è stato il mezzo per il quale sono rinato. Mi ha detto all’orecchio che sono una persona speciale e mi ha fatto prendere coscienza del senso di responsabilità. Che uomo sei quando ti giri dall’altra parte se sai che qualcuno sta morendo? La mia prima poesia è stata  di Pasolini: “a un papa”. Pasolini in questa rimprovera il papa dicendogli “lo sapevi che peccare non è fare il male ma è non fare bene”. Qui ho ritrovato la forza della parola. Riguardo la fotografia mi sono accorto che passeggiando cominciavo a fotografare con la testa tutte le cose che vedevo. La memoria mi si è riempita e non volevo perdere niente di quegli scatti che mi piacevano tanto. Sono arrivato a creare una mostra fotografica che si chiama “volti che interrogano”, con lei ho girato l’Italia fino a che è stata sfregiata dalla camorra a Modena.

 

La tua mostra fotografica è stata sfregiata a Modena dalla camorra. Che messaggio ha voluto passare la malavita con questo gesto?

 

Creare paura nelle persone significa immobilizzarle. Bloccare il messaggio di qualcuno significa che quel messaggio sta toccando frequenze che le persone non devono sentire. Mettersi in gioco significa anche questo: non sottostare a questi gesti. Proprio in questi giorni parlando con un ragazzo che si sta introducendo alla malavita organizzata gli ho detto: “per fare il camorrista non ci vogliono le palle, basta un coglione”. (continua a sorridere e questa volta anche io)

About Tommaso Morlando

Giornalista pubblicista - Fonda il "Centro studi officina Volturno" nel 2002 e di conseguenza anche il Magazine INFORMARE. In un territorio "difficile" è convinto che attraverso la cultura e l'impegno civico sia possibile testimoniare la legalità contro ecomafie e camorra. Liberi e indipendenti da ogni compromesso personale e partitico. Il nostro scopo è quello di fare corretta e seria informazione, dando voce ai più deboli e alle "eccellenze" dei nostri territori che RESISTONO. Abbiamo una storia ancora tutta da scrivere e da raccontare, ma la faranno i nostri giovani...ormai il seme è germogliato e la buona informazione si sta autodiffondendo.